Dal Polo del ’900 al Palazzetto: quando la censura moltiplica il dissenso.
Ieri, 28 gennaio 2026, al Palazzetto dello Sport di Parco Ruffini a Torino, si è svolta la conferenza “Democrazia in tempo di guerra” con il professor Angelo D’Orsi e il professor Alessandro Barbero.
Un evento che possiamo tranquillamente definire storico.
Il palazzetto si è rivelato fin troppo piccolo.
Oltre tremila persone erano presenti in sala, circa quattromila risultavano in lista d’attesa e diverse migliaia hanno seguito la serata in diretta streaming da casa. Numeri che parlano da soli.
Tutto era cominciato il 12 novembre, con una conferenza del professor Angelo D’Orsi su “Russofilia, russofobia, verità”, al Polo del ’900 di Torino. In quell’occasione ero stato invitato anche io, per presentare il mio libro De russophobia (4Punte Edizioni). Fu proprio quel primo appuntamento a subire una censura politica, prima auspicata e poi ottenuta dal quartetto Picierno–Calenda–Gori–Lo Russo.
Da lì, di censura in censura, si è passati dai cento ospiti previsti al Polo del ’900 ai circa tremila di ieri sera.
E questo è il punto che fa male a chi, da mesi, prova a insegnarci cosa si può dire e cosa no: la censura non solo è indegna in una democrazia, ma è pure inefficace, anzi, spesso è il miglior ufficio stampa dei censurati.
Se l’obiettivo era spegnere la discussione, il risultato è stato l’opposto: l’hanno moltiplicata, l’hanno resa pubblica, l’hanno fatta diventare un fatto di massa.
Accanto a D’Orsi e Barbero, intervenuti dal palco, in collegamento video si sono succeduti Luciano Canfora, Carlo Rovelli, Marco Travaglio, Moni Ovadia e Francesca Albanese. Una coralità di voci che ha dato alla serata il carattere di un vero e proprio forum pubblico sulla guerra, sull’informazione e sullo stato della democrazia.
Il messaggio emerso dalla serata torinese è stato chiaro: ci troviamo in uno stato di guerra. Non dichiarata, ma reale. Come ha ricordato Barbero, ormai le guerre si fanno senza dichiararle più, perché dichiararle apertamente comporta un costo politico troppo alto.
Si governa, invece, con le formule, con la retorica, con la costruzione dell’emergenza permanente.
Molti in Occidente hanno ironizzato sulla definizione di “operazione militare speciale” adottata dal Presidente Putin.
Gli stessi opinionisti, giornalisti e politici, però, non hanno mai ironizzato sulle etichette usate per le operazioni occidentali: “peacekeeping”, “antiterrorismo”, “umanitarie”.
Kosovo, Serbia, Libia, Iraq, Afghanistan: guerre presentate come interventi tecnici e moralmente necessari, mentre sul terreno si combatteva, si bombardava e si producevano macerie, profughi e destabilizzazione.
Pertanto sì, siamo in guerra. E quando si è in guerra accade sempre la stessa cosa: bisogna riarmarsi, bisogna demonizzare il nemico, anzi prima crearlo, raccontando che è pronto a invaderci, e poi descriverlo come barbaro.
È in questo quadro che si inserisce la russofobia: un dispositivo utile, funzionale, perfino comodo, perché consente di ridurre la complessità a uno schema infantile, “noi buoni” contro “loro cattivi”, e soprattutto di tacitare chi non si allinea.
Ma poi ci sono anche i nemici interni. D’Orsi ha indicato proprio in questo il punto: cittadini non disposti ad accettare la rinuncia al welfare per finanziare l’aumento delle spese militari, e ancora meno disponibili a combattere per gli “pseudo valori” dell’Unione Europea. In altre parole, chi rifiuta l’idea che la democrazia debba trasformarsi in disciplina, obbedienza, sacrificio sociale e culto della guerra.
Nel suo intervento, D’Orsi ha lanciato due attacchi particolarmente duri. Il primo contro la manifestazione del 15 marzo 2025 in Piazza del Popolo, promossa dal “piccolo duce” Michele Serra come “piazza per l’Europa”: una mobilitazione che ha alimentato una narrazione suprematista dell’Occidente e dell’UE, contrapposti a un resto del mondo implicitamente descritto come arretrato e incivile.
Il secondo attacco è stato rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per le sue esternazioni pronunciate a Marsiglia, dove ha tracciato un parallelo tra il Terzo Reich e la Federazione Russa.
Parole russofobe, antistoriche e oggettivamente false, che hanno contribuito ad alzare la temperatura dello scontro anziché raffreddarla, alimentando una logica di guerra anche sul piano simbolico.
E qui arriviamo al paradosso finale. In assenza fisica, ma con una presenza politica ingombrante, i nomi di Pina Picierno e Carlo Calenda continuano a tornare come “organizzatori involontari” della serata.
Perché se tu provi a cancellare un dibattito, e quel dibattito finisce per riempire un palazzetto, hai ottenuto esattamente il contrario di ciò che volevi. Hai fatto propaganda per chi volevi zittire. Hai dimostrato che la censura non protegge la democrazia, la svuota.
E allora chiudiamola con una provocazione, perché certe verità meritano di essere dette senza zucchero. Calenda e Picierno un palazzetto dello sport non lo riuscirebbero a riempire neanche pagando di tasca propria il pubblico. Forse potrebbero tentare facendosi coadiuvare dall’ambasciata ucraina in Italia, assoldando gli squadristi già visti in azione a Napoli. E probabilmente fallirebbero comunque, anche se, invece che a Torino, la conferenza la organizzassero a Leopoli.





