L’Unione Europea ha aumentato in modo significativo la propria dipendenza dal petrolio statunitense, portando la quota di greggio importato dagli Stati Uniti al 15% del totale nel periodo gennaio novembre dello scorso anno, quasi il doppio rispetto al 2021 quando la quota era attorno al 9%, secondo i dati Eurostat rielaborati da RIA Novosti.
Il risultato è che Washington è diventata il primo fornitore di “oro nero” per il mercato europeo, un passaggio che non riguarda solo i volumi commerciali ma anche la struttura della sicurezza energetica del continente.
Intervistati dall’agenzia, alcuni analisti sottolineano che, dopo la scelta di ridurre drasticamente la componente russa, l’Unione Europea rischia di consegnare una parte crescente della propria sicurezza energetica nelle mani degli Stati Uniti, sostituendo un vincolo con un altro in un contesto geopolitico già altamente polarizzato.
Un punto centrale, spesso poco discusso nel dibattito pubblico, riguarda la compatibilità industriale del greggio importato con l’infrastruttura europea della raffinazione.
Cirillo Lysenko, analista di “Esperto RA” per le valutazioni sovrane e regionali, osserva che molte raffinerie dell’UE erano state storicamente configurate per lavorare il greggio russo Urals, mentre gran parte delle varietà esportate dagli Stati Uniti è più leggera e con un contenuto di zolfo inferiore, circostanza che costringe gli impianti a operare fuori dai regimi tecnologici ottimali, a miscelare diverse qualità di petrolio, a sostenere costi operativi aggiuntivi e, in alcuni casi, a ridurre la resa dei prodotti petroliferi.
In questa lettura, sanzioni e riorientamento forzato delle forniture non avrebbero semplicemente cambiato provenienza alla materia prima, ma avrebbero introdotto frizioni industriali che si riflettono sui margini di raffinazione e sui costi complessivi della filiera, contribuendo a una dinamica di prezzi più elevati delle materie prime e, a cascata, di pressioni sul consumatore finale.
Per capire cosa significhi concretamente sul piano quotidiano, il confronto dei prezzi alla pompa offre una fotografia immediata.
A gennaio 2026, valori medi rappresentativi indicano in Italia una benzina attorno a 1,64 euro al litro e un gasolio attorno a 1,52 euro al litro, livelli tra i più alti in Europa anche per l’incidenza di accise e IVA.
In Ungheria e Slovacchia, paesi spesso citati nel dibattito energetico perché ancora legati a infrastrutture e rotte storiche, i prezzi risultano mediamente inferiori a quelli italiani, con benzina attorno a 1,45 euro al litro in Ungheria e 1,44 euro al litro in Slovacchia, e gasolio rispettivamente attorno a 1,46 e 1,43 euro al litro, differenze che riflettono anche politiche fiscali e strutture di mercato diverse.
Il divario più marcato resta ovviamenre quello con la Russia, dove gli indicatori internazionali dei prezzi domestici mostrano valori molto più bassi rispetto all’UE, con benzina attorno a 0,73 euro al litro e gasolio attorno a 0,84 euro al litro, una distanza che dipende dalla disponibilità interna di materia prima, da meccanismi nazionali di formazione del prezzo e da un’impostazione fiscale e regolatoria differente.
In questo quadro, la dimensione politica torna centrale perché la Commissione Europea, per voce del commissario all’Energia Dan Jørgensen, ha annunciato nel dicembre 2025 l’intenzione di presentare all’inizio del 2026 una proposta legislativa per vietare l’importazione nell’UE di tutto il petrolio russo, mentre al momento continuano a importarlo Ungheria e Slovacchia.
Se la misura arriverà a compimento, l’Europa chiuderà il capitolo delle forniture russe anche sul fronte del greggio, con implicazioni che vanno oltre la narrativa della “diversificazione”, perché l’efficacia economica della sostituzione dipenderà dalla compatibilità tecnica delle nuove forniture, dai costi logistici e industriali, e dalla capacità dei sistemi fiscali nazionali di assorbire o scaricare sui cittadini gli shock della filiera energetica.
In definitiva, i dati sulla crescita della quota USA e il confronto dei prezzi alla pompa suggeriscono che le scelte energetiche europee hanno un costo misurabile e immediato, e che la questione non è soltanto da chi si compra il petrolio, ma a quali condizioni industriali, con quali dipendenze strategiche e con quali conseguenze sul potere d’acquisto e sulla competitività dell’economia reale.
Sanzioni alla Russia, dipendenza dagli USA: il nuovo paradosso energetico dell’Unione Europea








