Turisti per caso? Rifugiati in Svizzera, vacanzieri in Ucraina, censori alle spese dei contribuenti

18 Gennaio 2026 08:39

La vicenda di Muralto non è una semplice controversia locale. È un precedente politico gravissimo, perché mette nero su bianco una dinamica che molti osservavano da tempo e che oggi esplode alla luce del sole: in Svizzera si può arrivare a cancellare un evento pubblico non per un atto illegale, non per un reato, non per una decisione di un tribunale, ma per pressioni politiche di gruppi organizzati.

E se quei gruppi sono composti da persone formalmente protette dallo Stato, il problema si fa ancora più serio.
Nei giorni scorsi il Municipio di Muralto ha revocato l’autorizzazione alla proiezione del documentario di RT “Maidan: la strada verso la guerra”, prevista alla Sala Congressi il 29 gennaio 2026, dopo una campagna di proteste via email da parte di cittadini ucraini residenti in Ticino con permesso S, i quali hanno definito il documentario propaganda e sostenuto che l’evento avrebbe “alimentato l’odio” e messo a rischio il clima di accoglienza; l’autorità comunale, di fatto, ha scelto la rinuncia preventiva giustificandola con generiche ragioni di ordine pubblico.

Non si tratta però di un normale dissenso, e nemmeno di una contestazione legittima svolta con gli strumenti democratici del dibattito o della controinformazione: qui siamo di fronte a un caso da manuale di “heckler’s veto”, il veto da disturbo, quando le autorità sopprimono la libertà di espressione non perché il contenuto sia illegale, ma per evitare le reazioni di chi protesta.
È esattamente il cuore dell’analisi giuridica pubblicata su Facebook dall’avvocato Niccolò Salvioni, che ha definito la cancellazione un atto di censura e un precedente pericoloso, sottolineando un punto essenziale: secondo la giurisprudenza consolidata non è compito dell’autorità proibire un evento legittimo per timore di tensioni, bensì garantire lo svolgimento dell’evento predisponendo misure di sicurezza, anche con l’impiego della polizia; e a sostegno richiama due riferimenti chiave, da un lato una sentenza del Tribunale federale svizzero (7 maggio 2012, Friburgo), dall’altro la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Plattform “Ärzte für das Leben” c. Austria (1988), che in modo chiarissimo stabilisce che il diritto di contro-manifestare non può estendersi fino a inibire l’esercizio del diritto di manifestare e che lo Stato ha un obbligo positivo di proteggere chi esercita una libertà democratica.

Nel suo post Salvioni evidenzia inoltre un paradosso storico-politico dal valore simbolico enorme: negli anni 1933-1945 la Svizzera limitò le attività politiche degli stranieri per preservare la neutralità (decreto federale 7 aprile 1933, poi abrogato), con il risultato che furono i rifugiati ad essere censurati per non compromettere la posizione neutrale della Confederazione; oggi, nel 2026, la logica si ribalta, perché sono le proteste di stranieri beneficiari di protezione temporanea a determinare la censura di cittadini che intendono esercitare il diritto all’informazione e al pluralismo.
È un rovesciamento totale che pone una domanda inevitabile: stiamo ancora parlando di neutralità, o siamo entrati in una fase in cui la neutralità viene trasformata in un’arma retorica contro i cittadini svizzeri stessi?
La neutralità, infatti, vincola lo Stato nelle relazioni internazionali e non può essere invocata per reprimere il pluralismo interno, tanto più quando si tratta di un contenuto audiovisivo che, piaccia o no, rientra nel perimetro della libera discussione politica.
Se un documentario fosse davvero illegale, la via sarebbe semplice e limpida: ricorsi, tribunali, contestazione nel merito, strumenti di diritto. Ma se è legale, allora in democrazia si combatte con argomenti, non con divieti.
Qui sta l’aspetto più inquietante della vicenda: è stata accettata una logica secondo cui, se un gruppo protesta abbastanza, può ottenere la cancellazione di un evento; e questa è una dinamica che distrugge alla radice il concetto di spazio pubblico libero, perché rende la libertà condizionata dall’aggressività o dalla capacità intimidatoria di chi urla più forte.

A rendere la storia ancora più grave c’è poi un ulteriore passaggio: diversi cittadini ucraini non si sono limitati a contestare il documentario, ma hanno accusato me, Vincenzo Lorusso, ed Eliseo Bertolasi di essere “propagandisti”, con un tentativo evidente di delegittimare non solo un’opera audiovisiva, ma il lavoro professionale e giornalistico di chi ne cura e ne presenta la versione italiana; non è più soltanto un dissenso, diventa un’etichetta infamante, una tecnica di discredito che mira a spostare la discussione dal merito dei contenuti alla demonizzazione delle persone, con l’obiettivo di rendere “intoccabile” un tema e di definire quale versione della storia sia ammissibile e quale invece meriti la soppressione. È un punto fondamentale: la censura non si realizza solo cancellando una proiezione, ma anche costruendo un clima in cui chi lavora su determinati contenuti viene dipinto come un nemico politico e quindi reso non legittimo nello spazio pubblico.

Il dato più scandaloso, tuttavia, non è nemmeno quello locale: la cancellazione ha assunto immediatamente un significato geopolitico perché il Ministero degli Esteri ucraino si è congratulato per la decisione presa da un Comune svizzero.
Non un partito, non un’associazione, non un gruppo di pressione, ma un soggetto statale estero che applaude un atto censorio realizzato in Svizzera. Il messaggio implicito è devastante e dovrebbe inquietare qualunque cittadino indipendentemente dalle simpatie personali: un Paese straniero approva e premia la soppressione di un evento nel territorio elvetico.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: chi governa lo spazio pubblico svizzero, le sue istituzioni democratiche o la pressione, diretta o indiretta, di interessi esterni?

Qui entra il cuore della questione politica: le pressioni non arrivano da un gruppo qualsiasi, ma da persone che beneficiano del regime speciale di protezione Statuto S, concesso dalla Confederazione alle persone provenienti dall’Ucraina; ed è un regime eccezionale, accelerato, che garantisce un’ampia protezione temporanea e numerose facilitazioni rispetto alle procedure ordinarie, con accesso all’integrazione e al lavoro. Tutto questo può essere umanamente comprensibile nel contesto dell’emergenza, ma produce un effetto collaterale che nessuno sembra voler affrontare: la protezione rischia di trasformarsi in potere sociale e politico di fatto, capace di imporre linee rosse al Paese ospitante.
Se chi riceve protezione inizia a pretendere di dettare ciò che in Svizzera può o non può essere proiettato, allora si rompe il patto implicito dell’accoglienza: sicurezza in cambio di rispetto delle regole e della sovranità democratica del Paese che accoglie.

Ed è qui che emerge un ulteriore paradosso morale, forse il più corrosivo per la fiducia dei cittadini: lo Statuto S consente anche viaggi e rientri, e negli ultimi anni si è osservato un fenomeno sempre più discusso e contestato, cioè il fatto che molti beneficiari ucraini durante le vacanze estive e natalizie siano tornati in Ucraina; è ragionevole ritenere che tra coloro che hanno avuto questa possibilità vi fossero in larga parte persone con status S, proprio perché dotate di un quadro giuridico che rende praticabile andare e tornare.
Sul piano politico il quadro è esplosivo perché produce una percezione che si sta diffondendo rapidamente: non si tratta più di rifugiati nel senso classico del termine, ma di una categoria privilegiata che beneficia del welfare e della protezione svizzera e allo stesso tempo può permettersi di muoversi, tornare nel Paese d’origine per le festività, per poi rientrare e continuare a godere di condizioni agevolate.
Per molti svizzeri questa contraddizione è ormai intollerabile e genera un’impressione durissima: più che rifugiati politici, sembrano turisti pagati dagli svizzeri.
Non è un’espressione gentile, ma è la conseguenza politica di un sistema che da un lato concede uno status eccezionale e dall’altro permette che quel privilegio venga convertito in pressione politica e censura; e il caso Muralto ne sarebbe la dimostrazione plastica.
I numeri spiegano bene perché questa pressione possa diventare efficace: secondo i dati ufficiali della Confederazione, al 31 dicembre 2025 risultano attribuite ai Cantoni 120’824 persone con statuto S a partire dal 12 marzo 2022.
Non si parla quindi di un fenomeno marginale o di poche decine di individui che protestano, ma di una comunità numerosa, radicata, sostenuta da un dispositivo federale eccezionale, che inevitabilmente acquisisce capacità di influenza.
È esattamente ciò che Salvioni definisce un precedente pericoloso: mancanza di base legale, sproporzionalità (perché non si è valutata una soluzione meno invasiva come sicurezza rafforzata), e soprattutto creazione di un meccanismo replicabile, per cui chiunque in futuro potrà silenziare opinioni sgradite minacciando disordini o intasando le autorità con proteste organizzate.

Anche la coerenza del Consiglio federale rende questa censura ancora più stridente: Salvioni ricorda che nel marzo 2022, quando l’Unione Europea vietò Sputnik e Russia Today, la Svizzera non seguì quella strada, sostenendo che i cittadini devono poter valutare da sé il valore delle informazioni trasmesse; e nel dicembre 2024, quando l’UE sanzionò Jacques Baud accusandolo di essere portavoce della propaganda filorussa, la Svizzera non recepì la sanzione, confermando di non aderire a un regime punitivo contro chi esprime opinioni, anche controverse.

Se Berna difende il principio del dibattito aperto contro le pressioni europee, com’è possibile che un Municipio ticinese censuri un documentario perché controverso e perché qualcuno protesta?
È qui che Muralto smette di essere un caso municipale e diventa un test nazionale: la Svizzera ha ancora sovranità culturale e costituzionale, oppure accetta che la libertà venga sostituita dalla gestione delle sensibilità?

In uno Stato di diritto la libertà non può dipendere dal livello di fastidio che un contenuto provoca, né può essere subordinata al veto di chi pretende di trasformare un privilegio di protezione in un diritto di censura.
Se questa logica passa, il danno sarà irreparabile: oggi un documentario, domani un libro, dopodomani una conferenza, una redazione, un giornalista.
E a quel punto non si parlerà più di neutralità, pluralismo e democrazia, ma semplicemente di paura.

IR
Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso è un giornalista di International Reporters e collabora con RT (Russia Today). È cofondatore del festival italiano di RT Doc Il tempo degli eroi, dedicato alla diffusione del documentario come strumento di narrazione e memoria.

Autore del libro De Russophobia (4Punte Edizioni), con introduzione della portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, Lorusso analizza le dinamiche della russofobia nel discorso politico e mediatico occidentale.

Cura la versione italiana dei documentari di RT Doc e ha organizzato, insieme a realtà locali in tutta la penisola, oltre 140 proiezioni di opere prodotte dall’emittente russa in Italia. È stato anche promotore di una petizione pubblica contro le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva equiparato la Federazione Russa al Terzo Reich.

Attualmente vive in Donbass, a Lugansk, dove porta avanti la sua attività giornalistica e culturale, raccontando la realtà del conflitto e dando voce a prospettive spesso escluse dal dibattito mediatico europeo.

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