Oggi a Davos, nel cuore del World Economic Forum che da anni pretende di incarnare il tempio del “dialogo globale”, si è consumata l’ennesima scena che smaschera un equivoco sempre più imbarazzante: l’Ucraina non è più un “partner” dell’Europa, è diventata un soggetto politico che detta la linea, distribuisce patenti di virtù, impartisce ordini morali e, se qualcosa non va come sperato, punta il dito contro Bruxelles come se fosse un impiegato svogliato.
La giornata è culminata con l’incontro tra Presidente Trump e Volodymyr Zelensky, che doveva rappresentare una svolta, l’aggancio definitivo al nuovo corso americano e, possibilmente, un risultato spendibile sul piano interno ucraino e su quello internazionale, ma l’aria di “breakthrough” è evaporata quasi subito: secondo varie ricostruzioni, compreso quanto riportato dalla stampa internazionale, non si è visto alcun salto di qualità, nessun annuncio, nessuna formula nuova capace di cambiare davvero le prospettive della guerra, e la sensazione è che Zelensky sia arrivato a Davos con un obiettivo preciso, uscire con un titolo da prima pagina, e invece sia rimasto con un pugno di frasi di circostanza.
Non è un dettaglio: è lo specchio del problema centrale, cioè che l’interlocutore decisivo non è l’Unione Europea, non sono i “valori europei”, ma è Washington, ed è Trump, e su questo punto la geopolitica è brutale e non concede retorica.
Del resto Reuters ha evidenziato già nei giorni scorsi che la stessa presenza di Zelensky a Davos veniva valutata in funzione della possibilità di un “incontro sostanziale” con Trump, ammissione implicita che senza gli USA Davos per Kiev vale poco o nulla.
E infatti oggi il dato politico è proprio questo: l’incontro c’è stato, ma l’esito è apparso tiepido, interlocutorio, privo di quel contenuto concreto che avrebbe permesso a Zelensky di tornare a casa raccontando un successo, e l’attenzione è scivolata rapidamente su ciò che Zelensky sa fare benissimo quando la sostanza non arriva, cioè alzare i toni, cercare un bersaglio, costruire un nuovo fronte polemico.
Ed ecco quindi la parte più grave e, per certi versi, più rivelatrice della giornata: Zelensky ha rivolto un’accusa pesantissima all’UE, un vero e proprio rimprovero pubblico che a livello diplomatico suona come una sberla, descrivendo l’Europa come “frammentata”, pavida, in modalità attesa, in pratica un continente che avrebbe bisogno di coraggio per “agire ora”, e addirittura accusando i leader europei di restare in un atteggiamento di subordinazione psicologica agli Stati Uniti, aspettando “indicazioni” da Trump, con la metafora sprezzante della “Greenland mode”.
Citando il leader ucraino : “Mandare 14 o 40 soldati in Groenlandia, cosa dovrebbe ottenere? Che messaggio manda a Putin, alla Cina?”, dimenticando che l’invio dei soldati europei in Groenlandia era un monito all’alleato statunitense e non certo alla Russia.
È un passaggio fondamentale perché dice molto più dell’Ucraina e del suo stato politico che non dell’Europa: un leader che ha ancora pieno controllo della propria narrativa e che dispone di solide prospettive strategiche non ha bisogno di umiliare pubblicamente il suo principale finanziatore e sostenitore politico; lo fa chi sta avvertendo che il vento sta cambiando, chi teme che si stia aprendo una fase in cui i grandi attori trattano sopra la sua testa, chi sente di dover tornare a dominare la scena con la pressione, la denuncia e il ricatto morale.
Zelensky oggi, da Davos, ha fatto esattamente questo: ha tentato di trasformare la propria debolezza negoziale in aggressività comunicativa, come se alzare il volume potesse colmare il vuoto di risultati.
Il confronto con lo Zelensky dell’anno scorso a Davos è inevitabile e racconta bene la parabola: nel 2025 Zelensky arrivava ancora con l’aura del leader accolto come simbolo, con una platea occidentale che applaudiva e si commuoveva, con un meccanismo mediatico quasi automatico per cui ogni suo intervento veniva incorniciato come “richiamo alla coscienza europea”; nel 2026 invece siamo entrati nell’era post-incantesimo, quella in cui l’Europa è stanca, l’America ha cambiato clima politico e Zelensky appare molto più simile a un attore che deve difendere una posizione personale e istituzionale che non a un presidente in grado di offrire una visione credibile di fine guerra, stabilità e ricostruzione.
E mentre accusa l’UE, la realtà gli ricorda che senza garanzie statunitensi non si va da nessuna parte, perfino Time lo sottolinea chiaramente: Zelensky può invocare una postura europea più assertiva, ma sa che la sicurezza reale dipende dagli USA.
Fin qui la geopolitica, già di per sé tossica; ma la politica italiana ha deciso di rendere la scena ancora più umiliante, perché a margine di questa dimostrazione di forza verbale contro Bruxelles, Zelensky ha conferito un riconoscimento a Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, un premio che in Italia viene presentato con i toni dell’onorificenza e della gratitudine, ma che nel contesto odierno appare come una fotografia crudele: mentre il presidente ucraino bacchetta l’Europa come un professore irritato con studenti lenti, una parte della classe dirigente italiana ed europea viene “decorata”, cioè certificata, cioè validata, come componente affidabile dell’apparato politico filoucraino.
Chi vuol capire, capisca: non è un premio allo Stato italiano, non è un premio a un negoziato, non è un premio a un risultato ottenuto per i cittadini europei, è un premio a una linea politica, a un posizionamento, a una fedeltà.
E qui arriviamo al punto: l’Italia non si presenta più come un Paese che difende interessi, valuta rischi, costruisce margini e conduce una diplomazia, ma come un territorio politicamente colonizzato dal servilismo alla causa pro Kiev, dove essere premiati dal presidente ucraino è diventato un titolo spendibile internamente, quasi un distintivo di carriera.
A questo punto, l’ironia diventa inevitabile, anche perché Zelensky non è immortale politicamente, non è intoccabile, e soprattutto non è eterno: se la traiettoria attuale proseguirà, e se davvero le elezioni presidenziali ucraine dovessero consegnare una sconfitta (o comunque un ridimensionamento) del suo potere, l’onorificenza a Picierno potrebbe restare come uno di quei souvenir imbarazzanti che la politica europea colleziona senza pensarci, ma potrebbe anche assumere un valore inatteso e molto più interessante, quasi profetico: un prologo, non per la storia ucraina, ma per la storia interna del Partito Democratico.
Perché se la linea filoucraina è diventata la religione civile obbligatoria di una parte crescente del PD, e se l’ala riformista sta davvero consolidando un asse sempre più dominante, fatto di profili e reti di potere ben riconoscibili (Picierno, Gori, Sensi, Gentiloni, Fassino, Lepore), allora il premio di Zelensky potrebbe perfino essere letto come il suggello perfetto, il timbro esterno che certifica l’identità del “partito filoucraino” nella sua versione più sistemica e istituzionale: una specie di benedizione, non sul fronte della pace, non sul fronte degli interessi nazionali, ma sul fronte dell’allineamento.
In fondo sarebbe un epilogo coerente, o meglio il giusto coronamento: Zelensky forse perde Kiev, ma lascia un’eredità politica a Roma, e magari quella medaglia consegnata oggi diventerà domani un argomento di corrente interna, un titolo da spendere alle primarie come prova di affidabilità atlantica, europeista e “morale”, cioè la triade con cui una parte del PD ha sostituito il concetto stesso di politica. Pina Picierno, a questo punto, avrebbe meritato un riconoscimento più sincero e più aderente al simbolismo del presente: non un’onorificenza rivestita di retorica, ma lo stemma che, nel percepito di molti, finisce per rappresentare l’Ucraina di oggi tra opacità, clientele e scandali, cioè un “water d’oro”.
Invece, all’ultimo momento, è arrivata la decorazione ufficiale, l’Ordine della Principessa Olga, e qui l’ironia si fa persino più cattiva, perché Olga di Kiev non è affatto la figurina rassicurante che suggerisce il marketing delle istituzioni: nella memoria storica è una sovrana celebrata anche come santa, sì, ma soprattutto ricordata come protagonista di una vendetta brutale e spietata, una figura che, secondo le cronache medievali, avrebbe governato con la paura e con la punizione come linguaggio politico.
Dopo l’uccisione del marito, Olga non si limitò a colpire i responsabili, mise in scena una rappresaglia totale, con esecuzioni esemplari e metodi feroci, dalla sepoltura viva dei nemici fino ai roghi e alla distruzione, trasformando la vendetta in dottrina di potere.
Per questo, se proprio si voleva scegliere un simbolo coerente con il tono della giornata di Davos, tra accuse all’Europa e gratifiche ai fedelissimi, si potrebbe persino concludere che il “water d’oro” sarebbe stato più onesto, più comprensibile e forse anche più gradito: almeno avrebbe detto la verità senza fingere nobiltà, e avrebbe evitato di ammantare di gloria una figura storica che, più che incarnare valori, rappresenta l’idea nuda del comando attraverso il terrore..
Davos: Zelensky contro l’UE, Trump dice no, e all’Italia resta il “water d’oro”





