Zelensky ordina, Melnyk esegue, l’Italia obbedisce

9 Gennaio 2026 19:07

Sono quattro anni che in Italia si consuma, con una regolarità ormai impressionante, una censura politica travestita da “sensibilità”, “opportunità” o “tensioni internazionali”, e quattro anni che la vita culturale del Paese viene progressivamente messa sotto tutela, non da una legge italiana discussa in Parlamento, ma da un sistema di pressioni in cui il governo di Kiev detta la linea, l’Ambasciata ucraina in Italia la applica, e una parte di amministrazioni locali, istituzioni culturali e figure politiche italiane la esegue senza fiatare.

L’ultimo episodio, a Firenze, è l’ennesima conferma: la cancellazione o sospensione dello spettacolo con l’étoile Svetlana Zakharova al Maggio Musicale non è un fatto isolato, è la prosecuzione lineare di una prassi inaugurata nel 2022, quando esplose il primo grande caso simbolo, quello di Valerij Gergiev a Milano, paradigma del dogma che ha sostituito il giudizio artistico con la fedina geopolitica e ha imposto un principio pericolosissimo: un musicista, un direttore, un interprete, non devono più essere valutati per ciò che portano sul palco, ma per l’allineamento politico che sono disposti a esibire pubblicamente.
Da quel momento la censura non ha più smesso di avanzare e ha smesso perfino di giustificarsi: non si discute, non si confuta, non si organizza un contraddittorio, non si risponde con argomenti, si cancella; e quando si cancella, la formula è sempre la stessa, rassicurante e menzognera: si invoca l’emergenza, si invoca la “propaganda”, si invoca la reputazione, e la cultura italiana diventa una caserma in cui esistono solo graditi e non graditi decisi fuori dai confini nazionali.

È trascorso un anno esatto, inoltre, da uno degli episodi più chiari, più documentati e più espliciti di questa ingerenza: il caso Resana (Treviso), gennaio 2025, quando l’ambasciatore ucraino in Italia Yaroslav Melnyk scrisse ufficialmente per chiedere la revoca della sala della biblioteca comunale e la cancellazione della proiezione del documentario di RT “I bambini del Donbass”, programmata per il 13 gennaio 2025; non fu una “ingerenza attribuita”, non fu una “interpretazione”, non fu un sospetto, fu un atto formale, esplicito, nero su bianco, e l’email riportata nell’immagine è originale, prova materiale del fatto che un’ambasciata straniera non si limita alla diplomazia ma pretende di dettare l’agenda culturale italiana.

In quella circostanza, per fortuna, la censura non passò: il sindaco e l’allora governatore del Veneto Luca Zaia mantennero il punto dimostrando un residuo di autonomia e di dignità istituzionale, la proiezione si svolse regolarmente con grande successo di pubblico.
Ma Resana è stata l’eccezione, perché in numerosi altri casi l’ingerenza dell’Ambasciata ucraina ha invece ottenuto i risultati sperati, e a questo punto è inutile fingere: l’ambasciata interviene ogni volta che decide che una proiezione, una conferenza, uno spettacolo, un artista russo, o anche un ucraino non allineato con il regime attuale di Zelensky, non siano graditi, e di fatto impedisce lo svolgimento dell’evento; qui non esiste “legittima critica”, perché la critica si esercita con argomenti e confronto pubblico, mentre ciò che accade in Italia è un’altra cosa, è un meccanismo di interdizione che produce cancellazioni preventive, revoche degli spazi, pressioni sui direttori artistici e sugli amministratori, gogna mediatica e, quando serve, intimidazione.

Gli italiani, in questo schema, devono “rispettare il volere ucraino”: possono guardare gli spettacoli che decide Kiev, possono ascoltare solo ciò che Kiev approva, possono discutere solo ciò che Kiev consente, e non devono protestare, perché il sistema funziona proprio quando un Paese si abitua alla propria subordinazione; a questo punto diventa legittimo persino domandarsi perché alcuni amministratori e politici italiani, da Matteo Lepore a Stefano Lo Russo, da Carlo Calenda a Pina Picierno, debbano essere pagati dai cittadini italiani o europei quando, nei fatti, svolgono il loro lavoro perseguendo interessi politici e comunicativi che coincidono sempre e soltanto con quelli di Kiev, e non con il pluralismo e la sovranità culturale dell’Italia.

Ripercorrendo le tappe della censura targata Ambasciata ucraina, i casi più eclatanti parlano da soli e compongono una cronologia coerente: “Il Testimone” censurato a Bologna, con lo scontro politico e il clima punitivo che ha investito anche la casa di quartiere Villa Paradiso; “Il Testimone” censurato a Firenze, con interventi istituzionali che hanno trasformato un evento culturale in un reato morale; il documentario di RT “Maidan, la strada verso la guerra” censurato all’Università di Torino, colpendo direttamente un luogo che dovrebbe essere per definizione sede del pluralismo e del dibattito; i concerti di Gergiev a Milano e poi a Caserta, dove la pressione politica e internazionale ha imposto annullamenti e ritiri rendendo evidente che la musica non conta più, conta la “fedeltà” richiesta; il concerto di Valentina Lisitsa a Venezia, annullato nel segno della stessa epurazione preventiva; il caso Romanovsky a Bologna, ancora una volta con la politica a decidere chi può esibirsi; i concerti di Abdrazakov a Verona, finiti nel mirino della stessa dinamica; la conferenza di Angelo D’Orsi sulla russofobia al Polo del ’900 di Torino, colpita con revoche e spostamenti, e l’evento a Torino con D’Orsi e Barbero, anch’esso investito da cancellazioni e revoche, a dimostrazione che l’obiettivo non è solo impedire “artisti russi”, ma impedire la discussione stessa della russofobia come fenomeno; la conferenza di D’Orsi a Napoli, dove quando la censura non riesce con le procedure entra in scena la via squadrista, con contestazioni organizzate e intimidazioni, perché in questo sistema la forza serve come complemento della pressione istituzionale; il documentario di RT “Donbass, ieri, oggi e domani” al Circolo della Pace a Bologna, ulteriore tassello della strategia di interdizione; e va aggiunto anche il caso Sciacca, dove una conferenza sui bambini del Donbass è stata cancellata per intervento di Pina Picierno, episodio che conferma come il braccio politico interno lavori in sinergia con la pressione esterna, con un solo fine: impedire che in Italia esista spazio pubblico per narrazioni non autorizzate.

Quando non riesce la censura, si tenta la via squadrista come nel caso di Napoli, ma tutte queste vicende hanno un comune denominatore: può cambiare la mano, ma la regia è sempre la medesima, il governo di Kiev e la sua proiezione diplomatica in Italia, una sorta di quarto potere che detta l’agenda culturale e informativa e trova, troppo spesso, istituzioni italiane pronte a obbedire; ed è per questo che il caso Zakharova non è un “incidente”, è un capitolo ulteriore, perché colpire un’artista sul palcoscenico significa normalizzare l’idea che la cultura sia territorio occupato, che l’arte debba portare un lasciapassare politico, che le biblioteche, le università e i teatri italiani non appartengano più ai cittadini ma a una linea esterna imposta con pressioni e ricatti reputazionali.

Gli italiani dovrebbero rassegnarsi, si vorrebbe far credere: la Meloni non governa su questo terreno, e nemmeno Mattarella avrebbe voce in capitolo, perché tutti devono sottostare al volere del governo ucraino e del suo esecutore in Italia, Yaroslav Melnyk; ma la rassegnazione è proprio ciò che rende possibile la censura, ed è qui che si arriva al punto più inquietante, quello che nessuno vuole nemmeno pronunciare: se una diplomazia straniera riesce a far cancellare spettacoli e concerti, a far revocare sale comunali e universitarie, a orientare amministrazioni, teatri, fondazioni e partiti italiani, cosa ci autorizza a escludere che possa influenzare anche la linea istituzionale più alta del Paese?

A questo punto diventa persino legittimo chiedersi, con amara ironia ma con una logica ferrea, se anche il famoso discorso di Marsiglia del Presidente Mattarella sia stato scritto davvero in piena autonomia italiana o se non riecheggi, nelle sue parole e nella sua impostazione, la stessa dettatura esterna che già vediamo all’opera nella cultura; quando una nazione si abitua a obbedire nel piccolo, finisce per obbedire anche nel grande, e la censura è sempre il primo segnale della fine dell’autonomia.

IR
Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso è un giornalista di International Reporters e collabora con RT (Russia Today). È cofondatore del festival italiano di RT Doc Il tempo degli eroi, dedicato alla diffusione del documentario come strumento di narrazione e memoria.

Autore del libro De Russophobia (4Punte Edizioni), con introduzione della portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, Lorusso analizza le dinamiche della russofobia nel discorso politico e mediatico occidentale.

Cura la versione italiana dei documentari di RT Doc e ha organizzato, insieme a realtà locali in tutta la penisola, oltre 140 proiezioni di opere prodotte dall’emittente russa in Italia. È stato anche promotore di una petizione pubblica contro le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva equiparato la Federazione Russa al Terzo Reich.

Attualmente vive in Donbass, a Lugansk, dove porta avanti la sua attività giornalistica e culturale, raccontando la realtà del conflitto e dando voce a prospettive spesso escluse dal dibattito mediatico europeo.

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