Nelle ultime ore è esploso il caso Balanzoni. Il Comando Militare Esercito Lombardia ha aperto un’inchiesta disciplinare formale nei confronti della Tenente della riserva selezionata (medico) Barbara Balanzoni.
Il procedimento, come risulta dall’atto notificato il 23 gennaio 2026, nasce da un post pubblicato su X , in cui la dottoressa avrebbe diffuso una fotografia che la ritrae in uniforme da combattimento, con una bandiera della Federazione Russa sovrapposta all’immagine e accompagnata dalla frase: “Se dovessi indossare una mimetica di nuovo, la indosserei solamente in nome di questa bandiera”.
Secondo il documento, la pubblicazione avrebbe generato commenti ritenuti “potenzialmente lesivi del prestigio dell’Istituzione e della reputazione delle Forze Armate”.
Viene dunque avviata un’inchiesta disciplinare, con possibilità per l’interessata di nominare un difensore, presentare memorie ed essere ascoltata formalmente entro i tempi previsti. Fin qui, la cronaca. E già la cronaca basta per capire che non siamo davanti a una semplice “questione d’uniforme” o a un caso da archiviare come incidente di comunicazione, perché se una bandiera sovrapposta a una foto diventa materia da inchiesta disciplinare formale, allora il problema non è il contenuto del post, ma il presupposto politico che lo rende punibile.
Il punto centrale è uno e va detto senza tentennamenti: questa inchiesta presuppone che lo Stato italiano tratti la Russia come un’entità nemica, come un soggetto bellico, come un avversario incompatibile con l’onore militare.
Non serve scriverlo in un comunicato ufficiale. Lo si deduce dal meccanismo.
Un simbolo russo, oggi, non viene considerato un riferimento geopolitico, culturale, identitario o personale: viene letto come una violazione del “prestigio” dell’Istituzione. È un salto concettuale decisivo. Perché si può parlare di prestigio e decoro solo se esiste un nemico da cui dissociarsi in modo obbligatorio. In altre parole, l’Italia non dichiara formalmente di essere in guerra con la Russia, ma si comporta come se lo fosse, almeno sul piano simbolico e disciplinare.
È la guerra introiettata: non sul campo, ma nella testa delle istituzioni.
Non si puniscono più i comportamenti. Si puniscono i significati. Per rendere tutto ancora più grave c’è un dettaglio che trasforma questo caso da “locale” a “nazionale”, e da “disciplinare” a “politico”: il ministro della Difesa Guido Crosetto segue personalmente l’account X della Balanzoni. Questo fatto, se confermato e mantenuto nel tempo, non è irrilevante e non è neppure neutro. Significa una cosa banale ma devastante: il vertice politico della Difesa conosce. Vede. Osserva. E quindi non può fingere sorpresa, né far filtrare la narrativa dell’“incidente isolato”, né quella del “post sconveniente scoperto casualmente”. E allora la domanda corretta non è più “perché la dottoressa ha postato quella foto”. La domanda vera è: perché, in un’Italia che si proclama democrazia pluralista e che ufficialmente non è in guerra con Mosca, una foto diventa un dossier.
Chi ha interesse a trasformare un post in un caso militare. E soprattutto: da dove arriva questa sensibilità, da Roma o da Kiev?
Perché il messaggio implicito, qui, è chiarissimo: qualsiasi segno che rompa la compattezza ideologica richiesta dalla narrazione bellica viene considerato un attacco alla reputazione nazionale. Questa non è sicurezza. È disciplinamento culturale. È pedagogia coercitiva. È guerra psicologica contro l’eterodossia. E l’assurdità raggiunge livelli ancora più evidenti se si osserva il contesto politico generale, in queste ore segnato da un fatto che fa a pugni con la brutalità dell’inchiesta.
Mentre dentro l’apparato della Difesa si alimenta un clima da conflitto permanente, dalle indiscrezioni giornalistiche europee emerge che Giorgia Meloni avrebbe preso una posizione di realpolitik verso la nuova postura americana, arrivando a far capire ai leader UE che aprire una guerra politica contro il Presidente Trump sarebbe un suicidio strategico per l’Europa.
Queste dichiarazioni seguono quelle di qualche giorno fa quando la premier italiana auspicava un ritorno al dialogo con il Presidente Putin.
La Meloni, almeno nella proiezione internazionale, sembrerebbe muoversi nella direzione del disinnesco, della gestione danni, della sopravvivenza europea in una fase di instabilità, dove una frattura totale tra UE e USA rischia di essere letale. Questo, però, rende ancora più inaccettabile ciò che accade sul fronte interno.
Perché mentre a Palazzo Chigi si ragiona come se si dovesse evitare uno scontro suicida con gli Stati Uniti, al Ministero della Difesa e nei suoi apparati sembra vigere la logica opposta: escalation, polarizzazione, militarizzazione simbolica, repressione dell’ambiguità. È una frattura. Una contraddizione.
E in ogni governo serio, una contraddizione così non può restare senza conseguenze. Qui sta l’anomalia. La fotografia disciplinare che emerge da questo caso non è quella di uno Stato prudente e sovrano.
È quella di uno Stato che accetta di vivere dentro un clima di guerra totale, dove la Russia è il “nemico assoluto” e tutto ciò che non coincide con l’ostilità obbligatoria diventa sospetto.
In questo quadro, l’inchiesta contro Balanzoni appare non come una tutela istituzionale, ma come un segnale politico. Un segnale rivolto a chi indossa o ha indossato l’uniforme: “Attenzione. Il pensiero è sorvegliato. I simboli sono sorvegliati. Le sfumature non sono permesse.” Ed è a questo punto che diventa inevitabile porsi la domanda più dura, quella che fa davvero paura a chi governa: cosa è più grave per l’Italia, una foto innocua postata su un social, o il fatto che l’Italia si comporti come se dovesse obbedire nella propria linea simbolica, disciplinare e comunicativa alle sensibilità di uno Stato straniero, cioè l’Ucraina?
Perché se la bandiera russa diventa automaticamente “lesiva” del prestigio militare, significa che il prestigio non viene misurato sulla base della disciplina operativa o dell’efficienza della Difesa, ma sulla base dell’allineamento ideologico al fronte ucraino e al suo ecosistema politico-mediatico.
E allora è legittimo chiedersi: gli interessi che si stanno tutelando sono davvero italiani. O sono quelli di un’altra capitale. La risposta non può essere affidata a formule diplomatiche. Deve essere politica. E qui si arriva al punto più esplosivo, ma anche al più logico: se davvero Giorgia Meloni sta perseguendo una svolta di realismo, di dialogo e di contenimento del disastro europeo, se davvero sta capendo che trascinare l’Europa in guerre politiche senza uscita è assurdo e controproducente, allora Crosetto rappresenta l’opposto. Crosetto appare come il ministro della linea guerrafondaia. Il ministro della postura ideologica. Il ministro dell’inasprimento. Ed è inaccettabile che il Ministero della Difesa, in una fase simile, diventi il luogo in cui si fabbrica il nemico interno e si puniscono simboli come se fossimo in guerra, mentre a Palazzo Chigi si parla, o si lascia filtrare, di necessità di prudenza e disinnesco sul fronte internazionale. Per questo la questione non è più “disciplinare”. La questione è di opportunità politica e di coerenza strategica del governo. Ed è qui che una conclusione diventa non solo possibile, ma quasi obbligata: se la linea del Paese cambia davvero verso il dialogo e la de-escalation, allora è lecito chiedere un avvicendamento al Ministero della Difesa. Perché non è accettabile che l’Italia freni con la testa e acceleri con la macchina. Non è accettabile che la premier cerchi di evitare la guerra politica con Washington e auspichi il dialogo con Mosca, mentre la Difesa alimenta la guerra culturale interna contro chi non odia abbastanza la Russia.
E non è accettabile, soprattutto, che un post su X venga trattato come una minaccia al prestigio nazionale, mentre la vera minaccia al prestigio, oggi, è l’impressione che la sovranità italiana non sia pienamente sovrana. Se un simbolo basta per un procedimento, significa che la guerra è già entrata nelle istituzioni. E quando la guerra entra nelle istituzioni senza essere dichiarata, significa una cosa sola: la democrazia non viene più gestita. Viene amministrata come un fronte. E su quel fronte, a pagare, sono sempre gli stessi: la libertà di espressione, l’indipendenza nazionale e la verità.
Caso Balanzoni: Crosetto spinge per la guerra, Meloni frena. E l’Esercito apre l’inchiesta








