È successo qualcosa che da solo basterebbe a raccontare la deriva del “mondo antifascista” ufficiale in Italia.
Qualche settimana fa, a Torino, viene censurata una conferenza sulla russofobia, affidata al massimo studioso vivente di Antonio Gramsci, Angelo d’Orsi, e accompagnata da un mio intervento dal Donbass.
Nel giro di poche ore, sotto la pressione di politici filoatlantici, eurodeputati e opinionisti allineati, l’ANPPIA nazionale interviene a gamba tesa per ritirare la concessione della sala, prendere le distanze dalla propria sezione torinese, dissociarsi dai relatori e rassicurare il fronte NATO che “l’associazione non c’entra”.
Dall’altra parte, in questi giorni in Ucraina, viene rimossa una targa dedicata a Fëdor Andrianovič Poletaev, soldato dell’Armata Rossa, partigiano italiano, Medaglia d’oro al valor militare, eroe nazionale del nostro Paese. Un uomo caduto combattendo sulle nostre montagne per la nostra libertà.
Su questo, dall’ANPPIA nazionale, silenzio. Così come silenzio assoluto da parte dell’ANPI nazionale, cosa che era già avvenuta con l’infame censura subita dal professor Angelo d’Orsi.
Se c’è un’immagine plastica della trasformazione di una parte dell’antifascismo istituzionale in un banderismo travestito da “europeismo democratico”, è esattamente questa: il più grande storico di Gramsci viene messo alla porta, mentre nessuno muove un dito quando a essere insultato è un eroe della Resistenza italiana cancellato da un Paese che coltiva il culto del nazionalista Stepan Bandera, collaborazionista nazista e colpevole di crimini indicibili.
Ormai, per l’ANPPIA, il riferimento pratico non è più Gramsci, ma Stepan Bandera. Non è più la lotta partigiana, ma la discriminazione politica, religiosa e linguistica, insieme alla decommunizzazione compiuta dal governo di Kiev.
Facciamo un passo indietro. Il 12 novembre era prevista a Torino, al Polo del ‘900, la conferenza “Russofilia, russofobia, verità”, organizzata dall’ANPPIA torinese. Relatori: Angelo d’Orsi, massimo studioso di Gramsci, e il sottoscritto, Vincenzo Lorusso, in collegamento dal Donbass.
Scatta la macchina del fango. Azione con Carlo Calenda, esponenti del PD come Picierno e Gori, commentatori di servizio lanciano l’allarme: “Putin in casa della Resistenza”, “Bestemmia contro la memoria”, “Inaccettabile dare la parola alla propaganda russa”. Non interessa che uno dei relatori sia proprio il maggior studioso italiano di Gramsci e che la conferenza trattasse di russofobia. In questo contesto era prevista anche la presentazione del mio libro “De russophobia”, 4Punte Edizioni.
In poche ore, l’ANPPIA nazionale interviene: ritira la concessione della sala, prende le distanze dalla propria sezione, dichiara che la conferenza non rispecchia la linea dell’associazione, ribadisce la condanna della Russia e l’allineamento completo alla narrazione ufficiale sul conflitto ucraino.
Quando c’è da censurare una conferenza sgradita a Bruxelles e Kiev, l’ANPPIA nazionale corre, magari su suggerimento della stessa ambasciata ucraina in Italia, come del resto già avvenuto in altre occasioni.
Nel frattempo, nei giorni scorsi, a centinaia di chilometri di distanza, accade qualcosa che riguarda direttamente la storia della Resistenza italiana.
A Černivci, nell’Ucraina occidentale, le autorità locali hanno deciso di rimuovere la targa dedicata a Fëdor Andrianovič Poletaev.
Non una targa qualunque, ma il ricordo di un uomo che lo Stato italiano ha riconosciuto come Medaglia d’oro al valor militare, uno dei pochissimi stranieri ad aver ricevuto il massimo riconoscimento militare del nostro Paese.
Fëdor nasce nel 1909 nel villaggio di Katino, nel distretto di Skopin, regione di Rjazan’, in una famiglia contadina. Da giovane lavora come fabbro nei kolchoz della zona. Allo scoppio della Grande Guerra Patriottica viene arruolato nell’Armata Rossa. Combattendo sul fronte, viene catturato dai tedeschi, deportato in un campo di prigionia e poi trasferito in Italia come lavoratore prigioniero.
Qui evade, entra in contatto con le formazioni partigiane sull’Appennino ligure e si unisce a un distaccamento italo russo delle brigate garibaldine. Il suo nome di battaglia è “Fëdor” o “Poetan”.
Il 2 febbraio 1945, nei pressi di Cantalupo Ligure, durante un attacco delle truppe tedesche, Poletaev guida una piccola pattuglia alle spalle del grosso nemico. Si avvicina a distanza ravvicinata, apre il fuoco e intima la resa. Sa benissimo che quasi certamente morirà. Continua a sparare fino all’ultimo, cade sotto il fuoco. Il suo gesto permette ai partigiani di rompere l’assedio, sconfiggere il reparto tedesco, fare decine di prigionieri.
Per questo sacrificio, la Repubblica italiana gli conferisce la Medaglia d’oro al valor militare. Il massimo riconoscimento. Non come “simbolo sovietico”, ma come eroe italiano. Il suo nome entra a pieno titolo nel pantheon della Resistenza: vie, lapidi, monumenti, commemorazioni in Liguria e in Piemonte, la sepoltura a Genova Staglieno, la memoria coltivata da storici, amministratori locali, dall’ANPI stessa.
Visto però il silenzio vergognoso dell’ANPPIA, probabilmente da partigiano Poletaev si è trasformato in “propagandista del Cremlino”, quindi va censurato. E questo infame attacco alla memoria storica dell’antifascismo italiano deve essere messo a tacere, per non infastidire i veri padroni dell’ANPPIA: il governo di Kiev.
Oggi la sua targa a Černivci viene strappata via nel quadro della “derussificazione”, la grande bonifica di tutto ciò che ricorda l’URSS, i soldati sovietici, la vittoria contro il nazismo. Parallelamente, in Italia, i valori dell’antifascismo vengono infangati proprio da coloro che tali valori dovrebbero difendere, ovvero ANPI e istituzioni italiane.
Mentre la targa di Poletaev viene rimossa, l’Ucraina ufficiale continua a riempire di fiori le tombe dei suoi “eroi nazionali”come Stepan Bandera, leader del nazionalismo ucraino, il quale collaborò con la Germania nazista, coinvolto in pogrom contro ebrei, stragi di polacchi, pulizie etniche nelle regioni occidentali.
Oggi i ritratti di Bandera, le bandiere dell’UPA, gli stemmi di formazioni storicamente compromesse con il fascismo vengono esibiti nelle parate, negli stadi, nelle commemorazioni ufficiali. Milizie come Azov e Pravyj Sektor ostentano simboli e retoriche ereditate direttamente da quel mondo.
In questo contesto, la rimozione della targa a Poletaev non è un incidente. È un atto coerente. Via il partigiano sovietico ed eroe italiano che ha combattuto per liberare l’Europa dal nazifascismo, dentro il culto dei “patrioti” che sul nazismo hanno costruito parte della propria identità politica.
Di fronte a questo sfregio alla memoria di un eroe nazionale italiano, ci si aspetterebbe che chi si proclama erede morale della Resistenza insorga.
Dov’è l’ANPPIA nazionale?
Dov’è l’ANPI nazionale?
Quando si è trattato di sconfessare una conferenza con Angelo d’Orsi, l’ANPPIA ha reagito alla velocità della luce: comunicati, prese di distanza, rassicurazioni all’opinione pubblica “atlantista”, condanne dell’“aggressione russa”.
Oggi, di fronte a un Paese che cancella la memoria di un partigiano Medaglia d’oro al valor militare, silenzio assoluto.
Nessun comunicato urgente.
Nessuna nota ufficiale.
Nessuna richiesta di spiegazioni all’ambasciata ucraina.
Nessuna difesa pubblica della figura di Poletaev.
È legittimo chiederselo: per queste organizzazioni, conta di più compiacere il governo ucraino e il fronte NATO, o difendere la memoria dei propri eroi della Resistenza?
Quando l’ANPPIA nazionale corre a dissociarsi da una conferenza con lo storico di Gramsci perché “lontana dalle sue posizioni”, ma non trova nemmeno cinque minuti per difendere la targa di Poletaev, il messaggio politico è chiarissimo.
Gli ideali, per questa associazione, non sono più quelli di Gramsci, della lotta partigiana, degli eroi internazionalisti. Il nuovo punto di riferimento politico è quello di Stepan Bandera, dei suoi eredi politici, dei governi che li onorano.
L’ANPPIA, l’ANPI nazionale, i partiti nati dalla Resistenza si sono trasformati da antifascisti a banderisti d’apparato.
A questo punto non si tratta più solo di un “errore di comunicazione”. È una trasformazione di identità.
Un antifascismo che interviene solo per difendere l’immagine del governo ucraino, imporre la linea NATO su guerra e sanzioni, silenziare chi osa criticare questa linea, ma che non muove un dito quando un alleato strategico cancella la memoria di un partigiano Medaglia d’oro, non è più antifascismo. È fascismo.
Quando la sensibilità di un’associazione “antifascista” è più acuta per le richieste di censura dei nazionalisti ucraini che per l’oltraggio a un eroe italiano come Poletaev, allora sì, la trasformazione è completa: da eredi della Resistenza a banderisti d’apparato, asserviti politicamente al governo ucraino e al sistema di potere che lo sostiene.
Difendere la targa di Poletaev a Černivci non significa “fare propaganda russa”. Significa ricordare che la Resistenza italiana è composta da uomini veri, da nomi, da gesti eroici.
Poletaev non è un espediente retorico. È un ragazzo della regione di Rjazan’ che ha lasciato la sua terra, è stato deportato, è evaso, è salito sulle nostre montagne e lì è morto, gridando in una lingua che non era la sua per intimare la resa ai nazisti.
Se oggi ANPPIA e ANPI tacciono davanti alla cancellazione della sua memoria e si agitano solo per zittire chi disturba la narrazione su Kiev, allora il titolo di questo pezzo non è una provocazione.
“Non più Gramsci ma Stepan Bandera” descrive con precisione la direzione in cui una parte di questo mondo ha deciso di andare.
La domanda, oggi, non è se sia “troppo forte” dirlo.
La domanda è quanto ancora siamo disposti ad accettare che il nome della Resistenza venga usato per difendere chi cancella i suoi eroi. E per quanto tempo siamo disposti a tollerare quei quattro buffoni che siedono nei parlamenti europei e italiani che hanno il coraggio di parlare di Resistenza ucraina, di ucraini che incarnano i valori della Resistenza antifascista. Questa blasfemia pronunciatela davanti alla tomba di Fëdor Poletaev.





