servizio di leva in Italia

Torna la leva in Italia?

29 Novembre 2025 11:52

Nella nuova corsa al riarmo dell’Europa anche il governo italiano ha deciso di oltrepassare una linea che, fino a ieri, sembrava intoccabile. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato che presenterà un disegno di legge per reintrodurre una forma di servizio militare in Italia. Si parla di un modello inizialmente volontario, pensato per creare una riserva di cittadini addestrati da richiamare in caso di crisi. Ma, al di là dei dettagli tecnici, il punto è un altro: il confine tra società civile e logica militare è stato varcato.

Per quasi vent’anni quella linea era rimasta chiara. Con la sospensione della leva obbligatoria, nel 2005, il messaggio implicito era semplice: lo Stato avrebbe avuto un esercito professionale, ma non avrebbe più bussato, in modo sistematico, alla porta dei diciottenni. La difesa della patria restava scritta in Costituzione, ma non passava più per la coscrizione di massa.

Oggi il discorso cambia. Non siamo ancora al ritorno della leva obbligatoria, ma si torna a progettare un rapporto diretto fra giovani e uniforme. Non è più solo una questione di bilanci della Difesa, di vertici NATO, di missioni all’estero o di percentuali del PIL da destinare agli armamenti. È qualcosa che entra nella vita concreta delle persone: nei progetti di studio, nel lavoro, nelle decisioni delle famiglie.

È questo il salto politico e simbolico che conta. Finché si parlava di “militarizzazione della società” molti potevano liquidare l’espressione come un eccesso retorico: dopotutto, non c’era nessun reclutamento di massa, nessuna chiamata alle armi generalizzata. Oggi, con l’idea di richiamare i giovani in caserma, anche solo su base volontaria, quella militarizzazione smette di essere una parola astratta. Diventa un’esperienza possibile, una strada offerta, incoraggiata, magari premiata.

Il governo insiste sul carattere volontario del progetto. È un dettaglio non irrilevante, ma non sufficiente a tranquillizzare. In politica le parole contano fino a un certo punto. Ciò che pesa davvero sono le strutture che si mettono in piedi. Se lo Stato crea un quadro normativo stabile per l’addestramento militare di migliaia di giovani, se costruisce percorsi, incentivi, riconoscimenti, quell’opzione diventa parte del paesaggio. Non è più un’eccezione, diventa normalità.

E la normalità, nel tempo, può cambiare di segno. Ciò che oggi è presentato come una scelta di pochi domani può trasformarsi, sotto la pressione di crisi internazionali o di nuove retoriche patriottiche, in una specie di dovere morale, se non legale. È facile immaginare campagne mediatiche in cui “chi tiene davvero al Paese” è invitato a fare il servizio, e chi si tira indietro viene guardato con sospetto.

C’è poi un altro punto, che in Italia conosciamo bene e che nessuno può fingere di dimenticare. Il sistema della leva, in passato, è stato spesso profondamente clientelare. Avere le conoscenze giuste permetteva ai figli dei ricchi e delle persone importanti di evitare il servizio operativo e finire in reparti “comodi”, in uffici, in incarichi lontani dai problemi. I più tutelati venivano sistemati, gli altri andavano dove c’era bisogno, che fosse la naja dura o i servizi meno appetibili.

Se oggi si rimette mano alla leva, anche sotto forma di riserva volontaria, la domanda è inevitabile: questa volta sarà diverso oppure no? Ora che l’Europa parla apertamente di “guerra alle porte”, anche i figli dei politici, dei manager, degli stessi generali, presteranno servizio vero, con turni, addestramento, sacrifici, o assisteremo all’ennesima ripetizione del copione in cui i rischi reali ricadono sempre sugli stessi? Un sistema che chiede ai giovani di prepararsi alla guerra ma protegge sistematicamente i figli delle élite dalle conseguenze concrete di quella scelta è un sistema che nasce già delegittimato.

E poi c’è la domanda più scomoda, quella che quasi nessuno vuole pronunciare a voce alta: la società italiana è pronta? I giovani italiani sono pronti? Negli ultimi decenni è passato un messaggio ben preciso, esplicito o implicito: studiate, viaggiate, cercate un lavoro, arrangiatevi come potete in un mercato del lavoro precario, ma la guerra non vi riguarda direttamente. Ora si chiede a quella stessa generazione, spesso schiacciata tra affitti impossibili, salari bassi e incertezze continue, di aggiungere alla lista anche la disponibilità a indossare una divisa e magari morire in battaglia.

Per una generazione intera la leva è stata un racconto dei padri e dei nonni. Il conflitto, nella percezione comune, era qualcosa di lontano, consumato altrove, spesso mediato dai talk show e dai social. L’idea di dover personalmente indossare una divisa non faceva parte del futuro immaginato dalla maggioranza dei ragazzi.

La novità sta proprio qui: il governo riapre una porta che si pensava chiusa. Lo fa in nome della sicurezza, della necessità di “prepararsi al peggio”, della responsabilità verso gli alleati. Ma ogni volta che si sposta un confine tra civile e militare, il prezzo non è solo economico. È culturale, umano, simbolico. Significa dire a una generazione: la guerra non è solo un evento lontano, è uno scenario per cui tu, personalmente, potresti essere chiamato a prepararti.

Il dibattito, inevitabilmente, verrà presentato come tecnico. Si discuterà di durata del servizio, di indennità, di compatibilità con università e lavoro, di tutele previste. Tutto importante, certo. Ma se ci fermiamo solo a questo livello perdiamo di vista il cuore della questione.

Il cuore della questione è che lo Stato torna a pretendere qualcosa di più profondo del semplice pagamento delle tasse e del rispetto delle leggi. Torna a chiedere, anche solo in potenza, tempo di vita, disponibilità fisica, accettazione di una disciplina e di una gerarchia che, per definizione, non si discutono. Torna a mettere sul tavolo l’idea che la cittadinanza possa includere, di nuovo, l’addestramento ad uccidere e a rischiare di essere uccisi.

Si può essere favorevoli o contrari. Si può pensare che sia un passaggio necessario, di fronte a un mondo più instabile, oppure un errore grave che avvicina ancora di più l’Europa a un clima prebellico. Ma una cosa è certa: quel confine che per anni ha separato la vita quotidiana dei giovani italiani dal mondo militare non è più dove pensavamo che fosse.

Quando un confine viene superato, smette di essere un limite e diventa un precedente. Se oggi rientra nel discorso pubblico l’idea di riportare i ragazzi in caserma, anche solo per “qualche mese e su base volontaria”, domani sarà più semplice fare un passo ulteriore. Il terreno è stato preparato.

Per questo la scelta del governo non riguarda solo i diretti interessati, non riguarda solo chi ha o avrà diciotto anni nei prossimi mesi. Riguarda l’immagine stessa che l’Italia ha di sé e del proprio futuro. Un Paese che si abitua alla presenza della guerra come possibilità concreta è un Paese diverso da quello che, pur essendo dentro alle alleanze militari, continua a considerare la pace come orizzonte pratico, non solo come formula nei discorsi ufficiali.

La militarizzazione della società italiana, da oggi, non è più una formula buona per i convegni. È un processo che entra nelle biografie, nei percorsi di vita, nelle scelte di chi sta iniziando a costruirsi un futuro. E questo cambio di prospettiva, una volta avvenuto, è molto difficile da invertire. Un confine superato non è più un confine. È una nuova normalità da cui, volenti o nolenti, dovremo partire per discutere che tipo di società vogliamo diventare.

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Andrea Lucidi - Андреа Лучиди

Andrea Lucidi - Андреа Лучиди

Reporter di guerra, ha lavorato in diverse aree di crisi dal Donbass al Medio Oriente. Caporedattore dell’edizione italiana di International Reporters, si occupa di reportage e analisi sullo scenario internazionale, con particolare attenzione a Russia, Europa e mondo post-sovietico.

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