27 gennaio memoria e Leningrado

Da Auschwitz alla fine dell’assedio di Leningrado: l’importanza del 27 gennaio

Il 27 gennaio, per molti, ha un nome preciso: Auschwitz.
È il giorno in cui, nel 1945, i soldati dell’Armata Rossa aprirono i cancelli del campo di sterminio e mostrarono al mondo ciò che fino a quel momento era stato raccontato, temuto, intuito, ma ancora non visto così da vicino. Corpi, baracche, ossa, valigie, scarpe, capelli. Tracce di vite ridotte ad inventario, a industria dello sterminio. Da quel momento, negare diventò più difficile. E ricordare diventò un dovere.

In Italia, come in altri Paesi, questa data è diventata il Giorno della Memoria. Un punto fermo, almeno sulla carta: fermarsi, guardare in faccia l’abisso, capire come ci si è arrivati.

In Russia, però, il 27 gennaio porta con sé un altro dolore, altrettanto profondo. È la data in cui, nel 1944, finì l’assedio di Leningrado. Per chi è cresciuto nello spazio sovietico e post sovietico, Leningrado non è solo una città. È un simbolo di resistenza e di lutto. È il posto dove la guerra non si è limitata a combattere soldati. Ha colpito la popolazione con un’arma che non fa rumore come un’esplosione, ma uccide lo stesso: la fame.

L’assedio cominciò nel 1941 e strinse la città in una morsa. I tedeschi da un lato, i finlandesi del maresciallo Mannerheim dall’altro. Intorno, una macchina militare che, insieme ai bombardamenti e alla distruzione sistematica delle infrastrutture, puntava a spezzare Leningrado senza entrarci. L’idea era semplice e spaventosa: lasciarla morire.

Poi arrivò l’inverno. E con l’inverno arrivò la realtà del razionamento. Pane in quantità ridicole, spesso impastato con sostituti. Legna che non bastava. Case fredde. Scale che diventavano montagne. Una città intera che ogni giorno doveva scegliere se spendere l’ultima energia per cercare qualcosa da mangiare o conservarla per respirare fino a domani.

Le testimonianze di chi è sopravvissuto parlano di giorni scanditi dal corpo che cede. Di famiglie che si spegnevano una dopo l’altra. Di cadaveri che restavano nelle strade perché non c’erano più forze per portarli via. E, dentro tutto questo, la cosa più difficile da accettare: la normalità che prova a resistere. Una lezione improvvisata. Un turno in fabbrica quando possibile. Un pezzo di musica ascoltato come se potesse tenere insieme ciò che la guerra stava frantumando.

A tenere la città aggrappata alla vita fu anche la “Strada della Vita”, il passaggio sul lago Ladoga. Un filo sottile, pericoloso, spesso sotto il fuoco, ma decisivo per evacuare parte della popolazione e far entrare cibo e munizioni. Non bastava per vivere bene. Bastava, a volte, per non morire subito.

Il 27 gennaio 1944 l’accerchiamento fu finalmente spezzato. Per Leningrado fu un sollievo e, insieme, un conto da pagare con la memoria. Perché uscire dall’assedio non significò cancellare ciò che era successo. Significò imparare a convivere con un vuoto enorme.

Mettere insieme Auschwitz e Leningrado nello stesso giorno è storia. E la storia, qui, parla chiaro: il nazismo non fu soltanto campi di sterminio. Fu anche guerra contro i civili, fame usata come metodo, distruzione programmata. Guerra di annientamento, Vernichtungskrieg. Cambiano gli strumenti, resta la logica dell’annientamento.

Il 27 gennaio, allora, dovrebbe servire a questo: tenere la memoria intera, senza selezionare ciò che è comodo e dimenticare ciò che è scomodo. Riconoscere il ruolo decisivo dell’Armata Rossa nella sconfitta del nazismo e del fascismo in Europa. E ricordare che il prezzo della guerra totale lo pagarono soprattutto persone comuni, famiglie, bambini, anziani. Persone che avevano un nome, una casa, una vita.

La memoria, quella vera, non divide le vittime in categorie utili. Le guarda in faccia. E chiede rispetto.

IR
Andrea Lucidi - Андреа Лучиди

Andrea Lucidi - Андреа Лучиди

Reporter di guerra, ha lavorato in diverse aree di crisi dal Donbass al Medio Oriente. Caporedattore dell’edizione italiana di International Reporters, si occupa di reportage e analisi sullo scenario internazionale, con particolare attenzione a Russia, Europa e mondo post-sovietico.

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