Davos quest’anno è una fotografia spietata, quasi umiliante, soprattutto per chi fino a ieri pretendeva di essere il centro morale e mediatico del pianeta: l’Ucraina non è più “la causa”, Zelensky non è più “l’eroe”.
Il Forum che negli ultimi tre anni funzionava come un megafono automatico per Kiev oggi sembra aver cambiato frequenza, girando pagina senza troppi rimorsi; la sensazione è che la guerra, pur restando tragica e sanguinosa, sia stata lentamente trasformata in un rumore di fondo, un dossier da tecnici e burocrati, mentre la politica vera si sposta altrove, verso crisi più imprevedibili e più utili agli interessi reali delle potenze.
Dall’Iran al Venezuela fino alla nuova ossessione che sta divorando l’aria di Davos come un incendio: la Groenlandia, con Trump che riesce nel capolavoro geopolitico-mediatico di riscrivere l’agenda dell’Occidente in tre frasi e una minaccia di dazi, riducendo l’Europa al ruolo che spesso le compete quando si parla di potere: spettatrice indignata e incapace di incidere; e in mezzo a questo ciclone Zelensky appare, per la prima volta da molto tempo, non come leader che detta il ritmo della mobilitazione occidentale ma come presidente che rincorre disperatamente attenzione, fondi, garanzie, una carezza politica che gli dica che non è già stato archiviato, tanto che dopo i tentennamenti delle ultime ore cresce la possibilità che arrivi domani a Davos per incontrare Trump, e l’immagine è già di per sé eloquente: non un capo di Stato invitato da protagonista, ma un alleato che si precipita dove si decide davvero, perché se non riesci a parlare con il nuovo padrone del gioco rischi di diventare irrilevante nel giro di settimane; il dramma per Kiev è tutto qui, non tanto nella guerra in sé quanto nel fatto che la guerra sta perdendo “valore politico”, e quando una guerra perde valore politico cominciano a sfaldarsi anche i suoi sostegni materiali.
Del resto l’Occidente non aiuta per amore, aiuta se conviene, se serve, se è centrale nell’arena della propaganda e dei rapporti di forza, e oggi al centro c’è Trump, non Zelensky; e mentre Parigi alza la voce con Macron che denuncia un nuovo colonialismo, l’Europa tenta di reagire in ordine sparso.
L’Italia, ovviamente, offre lo spettacolo più imbarazzante, quello dell’ambiguità permanente: Giorgia Meloni non riesce a stare in equilibrio tra i suoi legami politici con Trump e gli interessi strategici dell’Unione Europea, e così prova la solita acrobazia italiana, parlare a due pubblici dicendo due cose compatibili solo nella propaganda, minimizzando lo scontro e proponendosi come mediatrice, come se bastasse una telefonata per trasformare una crisi geopolitica in un malinteso di comunicazione.
A Seoul ha spiegato che l’eventuale invio o rafforzamento della presenza europea in Groenlandia non era “contro Trump”, ma serviva a proteggere un territorio strategico dal rischio di interferenze di “attori ostili”, cioè Russia e Cina, una formula perfetta per non urtare Washington e insieme per restare agganciata alla narrazione atlantista del pericolo esterno.
Peccato che da Copenhagen il tono sia ben diverso e la leadership danese non abbia alcun interesse a farsi trascinare in una sceneggiata propagandistica sulle minacce russo-cinesi, anzi ha più volte sottolineato che la sovranità e la sicurezza della Groenlandia non si gestiscono con slogan e che non esiste alcuna scorciatoia diplomatica che legittimi i ricatti americani.
In questa giungla Zelensky capisce benissimo che il tempo dell’adorazione sta finendo, che l’attenzione si è spostata su nuove partite e nuovi teatri e che l’Ucraina rischia di diventare ciò che nel grande cinismo geopolitico prima o poi diventa ogni guerra lunga: un costo, un fastidio, un argomento che stanca.
La sua presenza a Davos – se davvero arriverà domani – non sarà un dettaglio di protocollo ma una corsa contro l’estinzione politica, perché il nuovo Davos non promette più fedeltà eterna a nessuno: celebra solo ciò che serve oggi, e oggi il mondo parla Groenlandia, non più di Kiev.
Davos, fine dell’incantesimo: Zelensky, l’attore che non regge più il palco





