A Caracas le piazze parlano ancora il linguaggio della sovranità. Giovani, comitati, attivisti e simpatizzanti del chavismo organizzano eventi quasi quotidiani: cori contro la politica di Donald Trump, cartelli che rivendicano indipendenza nazionale, slogan netti come “il Venezuela non è la colonia di nessuno”. L’immagine è quella di un Paese che resiste, che non vuole arretrare di un millimetro sul terreno dell’identità politica costruita negli ultimi decenni.
Poi però, nello stesso momento, arriva una notizia che sposta l’asse della discussione: la presidente incaricata Delcy Rodríguez incontra a Caracas il direttore della CIA John Ratcliffe. Un contatto di alto livello, non una riunione tecnica, non un canale laterale. Un segnale politico, prima ancora che operativo.
È qui che nasce la domanda che oggi attraversa il Venezuela e tutti gli osservatori che hanno gli occhi puntati qui. Una domanda che presto potrebbe diventare una frattura: mentre il popolo scende in piazza contro Washington, la politica sta già scegliendo la strada del compromesso con gli Stati Uniti?
L’incontro con la CIA e il messaggio che non passa inosservato
Un faccia a faccia tra la massima struttura di intelligence americana e la guida politica ad interim venezuelana non è un dettaglio. È un gesto che, in qualsiasi capitale del mondo, viene letto come una scelta di campo, o almeno come la costruzione di un canale stabile.
L’incontro arriva dopo una telefonata tra Rodríguez e Trump, presentata come l’avvio di una cooperazione in ambito economico e di intelligence. Un annuncio che, a Caracas, non poteva non creare malumori. Non tanto per antiamericanismo di maniera, quanto perché l’idea stessa di “cooperazione” con Washington, per una parte consistente della società venezuelana, coincide con un precedente storico: pressioni, sanzioni, tentativi di isolamento e, in più di un caso, sostegno a strategie di cambio di regime.
Per questo la notizia ha un peso enorme. Non serve che ci sia un accordo firmato, basta il messaggio: i contatti sono aperti, e sono ad alto livello.
Due piani che non coincidono: piazza e governo
Da una parte c’è la piazza, che continua a muoversi su coordinate ideologiche e identitarie. Non è solo nostalgia o propaganda: per molti venezuelani l’idea di sovranità è diventata un tema personale, quotidiano, legato a ciò che hanno vissuto negli anni della crisi, delle sanzioni, dell’isolamento e della polarizzazione.
Dall’altra parte c’è il governo, o meglio la struttura di potere che oggi gestisce la transizione e la continuità istituzionale. Quella struttura sembra ragionare in un modo diverso: sopravvivenza, equilibrio, risorse, riconoscimento internazionale, margini economici. In un Paese sotto pressione, l’ideologia pesa, ma non paga gli stipendi, non stabilizza la valuta, non riapre i canali finanziari, non ridà ossigeno all’economia.
Questo è il nodo: la piazza può permettersi la coerenza, il potere spesso no. E quando i due piani smettono di parlarsi, la crisi rischia di diventare interna.
Per cosa combattono davvero i giovani che scendono in strada?
Molti osservatori riducono le manifestazioni a fedeltà personale verso Maduro. È una lettura parziale. La mobilitazione ha un contenuto più ampio: la difesa dell’autonomia nazionale, il rifiuto dell’idea di un Venezuela amministrato dall’esterno, la paura di una “normalizzazione” che passi attraverso privatizzazioni, condizionalità economiche e un riallineamento geopolitico rispetto all’appartenenza al mondo multipolare.
In altre parole, non è solo un “ritorno” a Maduro in quanto figura politica. È la richiesta di continuità simbolica: se per anni la narrazione è stata quella della resistenza, allora qualsiasi apertura a Washington viene percepita come una resa, o quantomeno come un arretramento morale e culturale.
E qui bisogna essere chiari: questa percezione non nasce dal nulla. Nella memoria collettiva venezuelana, i rapporti con gli Stati Uniti non sono neutri. Portano con sé la storia di pressioni, interessi energetici, scontri politici e una lunga sequenza di momenti in cui Washington ha provato a orientare, direttamente o indirettamente, la traiettoria interna del Paese.
Ma qual è la realtà, oggi?
La realtà, per ora, è fatta più di segnali che di atti concreti. Non ci sono ancora provvedimenti clamorosi, non c’è un pacchetto pubblico di intese economiche, non c’è un documento che dica: il Venezuela cambia linea.
Eppure i segnali sono sufficienti per far capire che qualcosa si sta muovendo. Perché un governo che vuole restare al potere, in un contesto internazionale ostile e con una crisi economica ancora pesante, deve fare una scelta pragmatica: trattare o rischiare di essere schiacciato definitivamente.
La politica, in queste condizioni, non ragiona in termini morali ma di costi e benefici. Un canale con Washington può significare riduzione della pressione, spazi economici nuovi, una gestione più prevedibile del contesto. Significa anche, però, accettare richieste e, soprattutto, condizioni.
Ed è proprio qui che nasce il sospetto, sempre più diffuso, che a Caracas l’obiettivo non sia sconfiggere la logica americana, ma renderla compatibile con la permanenza al potere.
È plausibile che il Venezuela stia andando verso un altro corso?
Sì, è plausibile. Ma va detto con precisione: non necessariamente verso un “filoamericanismo” dichiarato. Più probabilmente verso un realismo politico in cui l’antagonismo ideologico viene attenuato, mentre si rafforzano i canali operativi e le trattative su temi chiave come economia, energia e sicurezza.
Questo tipo di svolta, spesso, non arriva con un annuncio. Arriva per gradi: una telefonata, un incontro, un tavolo tecnico, un gesto distensivo, poi una misura economica, poi un cambio di narrativa. Ed è proprio questa gradualità che la rende pericolosa sul piano interno, perché può essere percepita come una trasformazione silenziosa, non discussa con la base sociale che si mobilita in continuazione.
Delcy Rodríguez resterà presidente incaricata fino alla fine del mandato di Maduro?
La domanda, così com’è formulata, ha una risposta politica più che giuridica. In un sistema sotto pressione, la durata reale di una leadership dipende da due fattori: gli equilibri interni e la tolleranza esterna.
Se la figura di Rodríguez viene considerata utile per stabilizzare il Paese e per gestire una fase di transizione senza scosse, allora avrà spazio. Se invece dovesse diventare un problema, perché non controlla la piazza, perché non garantisce risultati economici, o perché non soddisfa le aspettative della controparte americana, allora la sua posizione può diventare vulnerabile.
Per questo, la risposta più realistica è brutale nella sua semplicità: resterà finché regge il sistema e finché Washington la riterrà un’interlocutrice conveniente.
La frattura che può diventare esplosiva
Il problema non è trattare con gli Stati Uniti. In politica internazionale quasi tutti trattano con tutti, anche quando si detestano. Il problema, per il Venezuela, è il significato che quella trattativa assume nella narrativa interna.
Se una parte consistente della popolazione ha sopportato anni durissimi anche in nome dell’idea di indipendenza, allora ogni apertura a Washington rischia di essere letta come un prezzo pagato non per il Paese, ma per la sopravvivenza della classe dirigente.
Ed è qui che il tema torna alla sua forma più scomoda: se il popolo combatte per la sovranità, ma la politica tratta la sovranità come merce di scambio, chi sta davvero difendendo il progetto chavista oggi?
Per ora, i fatti concreti sono pochi e le interpretazioni molte. Ma una cosa è già evidente: a Caracas la distanza tra piazza e palazzo si sta allargando, e quando succede in un Paese polarizzato, la politica non può permettersi di ignorarla.






