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Venezuela, come mentono i media occidentali

Dopo il sequestro del presidente Nicolás Maduro, molti giornalisti occidentali hanno provato a entrare in Venezuela. Quasi tutti senza successo. E quando non riesci ad arrivare sul posto, ma devi comunque “fare il pezzo”, succede sempre la stessa cosa: inizi a raccontare una realtà che non hai visto. È andata così anche questa volta.

Nel giro di poche ore sono iniziate le corrispondenze dal confine colombiano. Telecamere puntate su strade polverose, dichiarazioni vaghe, mezze voci raccolte qua e là, e poi il solito copione: il Venezuela descritto come un paese nel caos, controllato da gruppi paramilitari, con giornalisti in fuga e una popolazione terrorizzata. In certe ricostruzioni sembrava addirittura che fosse partita “la caccia al giornalista”, come in un film.

Io però sono riuscito ad arrivare fino a Caracas. E quello che ho trovato non ha niente a che vedere con quella narrazione.

Caracas oggi è una città tranquilla. Certo, non è una metropoli europea. Non è un posto ricco. Non è un paese senza problemi. Ma parlare di caos, di insicurezza totale, di collasso dello Stato, significa semplicemente mentire. Qui la vita quotidiana va avanti. La gente lavora, si sposta, discute, protesta quando serve, ma non vive dentro una scena di guerra urbana.

E soprattutto: qui lavorano anche i giornalisti.

La stampa locale c’è, ed è attiva. E ci sono anche media stranieri, in particolare troupe di media cinesi, presenti e visibili. Seguono gli eventi, documentano quello che succede e raccontano apertamente anche la fase politica attuale, compresi gli appuntamenti pubblici della presidente incaricata Delcy Rodríguez. Altro che “paese chiuso” o “regime assediato”.

Il Venezuela ha moltissimi problemi, questo è fuori discussione. Ma bisogna avere il coraggio di dire qual è il problema centrale, quello che in Occidente viene quasi sempre taciuto o liquidato in due righe: a questo paese hanno sanzionato la principale risorsa nazionale, il petrolio.

È come se si decidesse di spegnere la spina a un’intera economia.

E allora io faccio una domanda semplice, una domanda che nessuno si pone quando si parla di Venezuela: come sarebbe l’Arabia Saudita se gli Stati Uniti sanzionassero il petrolio saudita?
Come sarebbe un paese costruito su quella rendita, se gliela togliessero? Quanto resisterebbe?

Ecco perché molte analisi occidentali sul Venezuela sono ipocrite. Parlano di crisi come se fosse un fenomeno “naturale”, un fallimento interno, quasi una punizione meritata. Ma non lo è. È anche il risultato di una pressione esterna continua e sistematica.

La domanda che oggi circola per le strade di Caracas non riguarda soltanto Maduro. Qui la gente parla soprattutto del futuro. Perché una cosa è chiara: la rivoluzione bolivariana, quella iniziata con Hugo Chávez, non è finita con il sequestro del presidente. E la popolazione lo sa.

Anzi, paradossalmente questo evento sta producendo l’effetto opposto a quello sperato dai suoi promotori: invece di spegnere il paese, sta alimentando un sentimento ancora più netto di resistenza e di orgoglio nazionale.

Molti chiedono ad alta voce il ritorno del presidente. E chiedono anche qualcosa che in Europa non viene quasi nemmeno pronunciato: che gli organismi internazionali condannino apertamente questa violazione della sovranità venezuelana.

Perché qui non si tratta soltanto di Maduro, o del chavismo, o del socialismo. Qui si tratta di una domanda più grande: può un paese restare indipendente se una potenza straniera decide che può sequestrare il tuo presidente e riscrivere la tua storia?

A Caracas, oggi, questa domanda è ovunque. E chi continua a raccontare il Venezuela come un paese “inermi rovine nel caos” sta facendo solo una cosa: sta aiutando a nascondere il crimine politico dietro una narrazione comoda.

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Andrea Lucidi - Андреа Лучиди

Andrea Lucidi - Андреа Лучиди

Reporter di guerra, ha lavorato in diverse aree di crisi dal Donbass al Medio Oriente. Caporedattore dell’edizione italiana di International Reporters, si occupa di reportage e analisi sullo scenario internazionale, con particolare attenzione a Russia, Europa e mondo post-sovietico.

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