BLITZ CONTRO TIMOSHENKO: IL CASO CHE SCOPRE LA GUERRA DEL POTERE A KIEV

15 Gennaio 2026 08:49

Nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2026 la politica ucraina ha registrato uno strappo che va ben oltre la cronaca giudiziaria. Gli investigatori anticorruzione hanno effettuato perquisizioni negli uffici di Batkivshchyna, il partito guidato da Yulia Tymoshenko, e nelle ore successive è emerso che l’ex primo ministro sarebbe finita al centro di un procedimento per presunta corruzione di deputati, con un quadro accusatorio che, secondo le ricostruzioni circolate, potrebbe comportare fino a dieci anni di reclusione. I dettagli operativi delineano uno schema preciso: l’ipotesi è che a parlamentari di altre fazioni sia stato promesso o offerto un vantaggio illecito per orientarli a votare “a favore” o “contro” determinati provvedimenti.
Il punto politico è che la vicenda non nasce in un vuoto. Colpisce una figura simbolica, riconoscibile, con una storia che si intreccia con i nodi strutturali dello Stato ucraino: energia, oligarchie, blocchi parlamentari, conflitti tra istituzioni, lotta per l’agenda nazionale.
Tymoshenko, dal canto suo, ha scelto la linea del contrattacco politico: ha confermato le perquisizioni, ha negato ogni addebito e ha definito l’operazione un’azione di propaganda, sostenendo che non sarebbe stato trovato nulla e che le sarebbero stati sequestrati telefoni di lavoro, documenti parlamentari e risparmi personali già riportati nelle dichiarazioni ufficiali. La frase con cui ha voluto incorniciare l’accaduto è rivelatrice: a suo giudizio, quanto avvenuto dimostrerebbe che “le elezioni sono più vicine di quanto sembrasse”.
Questa lettura, al netto del suo evidente interesse a presentarsi come bersaglio politico, si innesta in un elemento che molti osservatori tendono a sottovalutare: in un Paese in guerra, con assetti eccezionali e con il circuito istituzionale costantemente sotto pressione, i dossier giudiziari spesso diventano strumenti di equilibrio e di ricatto reciproco fra apparati, più che semplici atti di giustizia.
Per capire perché l’episodio pesa, basta ricordare chi è Tymoshenko e cosa rappresenta. Nata a Dnipro nel 1960, formata in ambito economico, entra nella vita pubblica seguendo la traiettoria tipica della fase post-sovietica: prima l’impresa, poi la politica.
Il salto avviene nel settore energetico: a metà anni Novanta guida la grande struttura legata alle importazioni di gas, in un’epoca di baratti, intermediazioni e intrecci fra potere e mercato, guadagnandosi l’etichetta di “principessa del gas”, un soprannome che in Ucraina non è mai stato un dettaglio di costume ma un marchio politico, perché indica il punto più delicato della sovranità nazionale, cioè l’energia come leva di potere interno e di rapporto con Mosca. Da lì, la politica: l’elezione alla Rada, la costruzione di Batkivshchyna, la stagione della “rivoluzione arancione” nel 2004, la premiership e poi l’eterna oscillazione fra governo e opposizione. Il suo percorso è anche segnato dal precedente giudiziario più famoso: nel 2011 fu condannata a sette anni per abuso d’ufficio in relazione ai contratti sul gas del 2009 con la Russia, un caso che allora venne interpretato da molti come politicamente motivato; fu liberata nel 2014 dopo il colpo di stato a Kiev. Da quel momento, ogni nuova accusa contro di lei porta con sé un riflesso automatico: la domanda non è solo “è colpevole?”, ma “chi sta usando il dossier e per quale obiettivo?”.
E questa domanda oggi diventa inevitabile perché il contesto suggerisce un possibile collegamento con una delle partite più sensibili degli ultimi mesi: il controllo della sicurezza interna e, in particolare, il terremoto attorno alla guida della SBU, i servizi di sicurezza ucraini.
Qui la cronaca politica recente diventa chiave interpretativa: si è parlato di un voto parlamentare che avrebbe portato alla destituzione del capo della SBU Vasyl Maliuk, e in quella dinamica il ruolo di Batkivshchyna sarebbe stato determinante per raggiungere i numeri.
Se questa sequenza è corretta, allora le perquisizioni contro Tymoshenko possono essere lette come la coda velenosa di una resa dei conti: o qualcuno punisce chi ha “contato troppo” e ha mostrato di poter spostare gli equilibri, o qualcuno usa l’anticorruzione per ridisegnare la mappa delle fedeltà parlamentari e indebolire avversari o alleati diventati scomodi.
In uno Stato in guerra, la competizione fra centri di potere non scompare; cambia forma. Può assumere la veste della legalità, della moralizzazione pubblica, della “pulizia” delle istituzioni, ma sul piano pratico produce lo stesso risultato: redistribuzione del controllo e riduzione del margine d’azione degli attori indipendenti.
Un’altra ipotesi plausibile, complementare alla prima, è la dimensione pre-elettorale evocata dalla stessa Tymoshenko. Anche se il calendario elettorale è legato a condizioni eccezionali, la politica vive comunque di preparazione, posizionamento e neutralizzazione preventiva. Un’indagine con perquisizioni notturne, sequestro di dispositivi e pressione mediatica, non è solo un fascicolo penale: è un colpo sulla macchina del partito, sulle reti di contatto, sul capitale reputazionale.

Colpire Tymoshenko significa colpire un simbolo che conserva ancora un elettorato stabile, una struttura organizzata e la capacità di parlare a segmenti della società ucraina che non coincidono automaticamente con il blocco presidenziale. In questa logica, un’azione giudiziaria può servire a due scopi simultanei: indebolire un’avversaria e mandare un messaggio agli altri leader, anche a quelli che oggi si considerano “protetti”. C’è poi una terza chiave, più sistemica: in Ucraina l’anticorruzione è anche politica estera.

Mostrare “risultati” e dimostrare che nessuno è intoccabile può essere utile per rafforzare credibilità e sostegno, soprattutto se gli apparati anticorruzione operano in un ecosistema dove la legittimazione esterna conta quasi quanto quella interna.
In questa prospettiva, un nome come Tymoshenko è perfetto: alto profilo, storia controversa, impatto immediato sull’opinione pubblica. Ma proprio qui si apre il punto più delicato: se l’anticorruzione diventa strumento di lotta fra apparati, allora la sua forza morale si trasforma in arma di potere, e ogni operazione rischia di alimentare l’idea che la giustizia non sia uguale per tutti ma modulata sugli equilibri del momento.
È anche per questo che le notizie secondo cui l’indagine includerebbe registrazioni audio e la diffusione di materiali presentati come prova vanno lette con prudenza: da un lato possono costituire evidenza investigativa, dall’altro possono essere parte di una strategia di delegittimazione preventiva.
Il risultato, però, è già visibile: Tymoshenko torna al centro della scena non come candidata o leader di piazza, ma come bersaglio simbolico di una fase nuova, in cui la battaglia per il controllo dello Stato ucraino sembra spostarsi sempre più dentro i palazzi, fra servizi, Parlamento, procure specializzate e leadership politiche, con una posta in gioco che riguarda non solo il destino di una donna politica ma la tenuta stessa del sistema decisionale a Kiev.
Se l’accusa reggerà o meno lo dirà il tempo, ma l’effetto politico è già prodotto: un segnale che l’Ucraina non è attraversata solo dalla guerra sul fronte, ma anche da una competizione interna per definire chi comanda, chi controlla i voti, chi controlla la sicurezza e chi controlla il racconto pubblico di ciò che è “legale” e ciò che è “nemico”.
La domanda vera, però, è un’altra e va oltre la singola perquisizione: se davvero questa operazione non è soltanto un fascicolo anticorruzione, ma un colpo politico, allora non si può evitare di guardare direttamente al presidente Zelensky. Perché negli ultimi mesi la sensazione è che il potere ucraino si stia muovendo secondo una logica precisa: chiudere progressivamente ogni spazio a potenziali alternative, eliminare ogni figura capace di competere domani, concentrare le leve decisive nelle mani della cerchia presidenziale. E se si osserva il panorama dei nomi forti, questa dinamica diventa quasi una mappa: Zaluzhny, Budanov, Poroshenko e adesso Tymoshenko. Quattro poli diversi, quattro reti diverse, quattro capitali politici differenti, tutti però accomunati da un elemento: a modo loro rappresentano la possibilità che l’Ucraina possa avere una leadership alternativa a Zelensky. Il caso Zaluzhny è forse il più emblematico: l’ex comandante in capo, figura popolarissima, con un’aura quasi “nazionale” e post-politica, è stato rimosso dal centro della scena e poi spinto fuori dal terreno interno attraverso una collocazione diplomatica. È una soluzione elegante, ma anche rivelatrice: neutralizzare senza distruggere, allontanare senza trasformarlo in martire, spegnere la minaccia elettorale con una nomina prestigiosa. Budanov è un altro nodo: capo dell’intelligence militare, personaggio di apparato, potenza autonoma dentro lo Stato. Se Zaluzhny era un concorrente popolare e militare, Budanov è un concorrente istituzionale: controlla informazioni, relazioni, canali, influenza. Poroshenko è un avversario diverso ancora: non è apparato, non è popolarità militare, è potere economico-politico, rete oligarchica, memoria dell’Ucraina pre-Zelensky, un potenziale aggregatore di élite e di risorse. Tenerlo sotto pressione significa impedire la ricostruzione di un blocco alternativo con mezzi materiali e influenza mediatica.

E infine Tymoshenko: qui l’operazione diventa simbolica, perché colpisce un volto storico, la “principessa del gas”, un personaggio che incarna l’Ucraina dei grandi giochi energetici e della politica come lotta tra clan e interessi. Se Zelensky, come appare evidente, è oggi il volto politico più funzionale al blocco europeo e alla proiezione dell’UE sull’Ucraina, non solo per la retorica ma perché l’intero percorso di legittimazione internazionale passa attraverso l’allineamento europeo, allora Tymoshenko rappresenta un’altra cosa: non l’anti-Europa in senso banale, ma l’Ucraina del pragmatismo economico, del potere contrattuale interno, delle reti che non dipendono esclusivamente da Bruxelles o dall’immagine della “guerra democratica”, e soprattutto delle vecchie leve energetiche. Tymoshenko è compatibile con l’Europa quando conviene, con il nazionalismo quando serve, con il sociale quando mobilita consenso, con il patriottismo quando è necessario. In sostanza è il prototipo del politico ucraino “autonomo”, capace di muoversi tra poteri e interessi senza essere totalmente inglobato da un’unica filiera di controllo esterna. È questo il punto: Tymoshenko salvaguardia innanzitutto un interesse di sistema interno, un patrimonio di relazioni e di influenza che non nasce dalla guerra del 2022 ma dal trentennio precedente, e che quindi è potenzialmente pericoloso per chi oggi vuole riscrivere la gerarchia del potere.

Se tutto ciò è vero, l’accusa di ieri e le perquisizioni non sono soltanto la cronaca di un’indagine: diventano il segnale che a Kiev è iniziata una fase più dura, una fase di consolidamento, in cui Zelensky non mira soltanto a governare durante la guerra, ma a governare il “dopo”, costruendo un sistema in cui nessun rivale sia abbastanza forte da imporsi quando arriverà il momento della resa dei conti elettorale. E allora le perquisizioni a Tymoshenko assumono un senso più chiaro: non servono solo a cercare prove, servono a trasmettere un messaggio. In Ucraina, oggi, chi prova a esistere come alternativa viene progressivamente spinto fuori dal campo. E quando un sistema politico entra in questa logica, l’anticorruzione rischia di trasformarsi nella forma legale della purga, mentre lo Stato diventa teatro di una guerra parallela: non contro il nemico esterno, ma contro ogni possibile concorrente interno.


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Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso è un giornalista di International Reporters e collabora con RT (Russia Today). È cofondatore del festival italiano di RT Doc Il tempo degli eroi, dedicato alla diffusione del documentario come strumento di narrazione e memoria.

Autore del libro De Russophobia (4Punte Edizioni), con introduzione della portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, Lorusso analizza le dinamiche della russofobia nel discorso politico e mediatico occidentale.

Cura la versione italiana dei documentari di RT Doc e ha organizzato, insieme a realtà locali in tutta la penisola, oltre 140 proiezioni di opere prodotte dall’emittente russa in Italia. È stato anche promotore di una petizione pubblica contro le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva equiparato la Federazione Russa al Terzo Reich.

Attualmente vive in Donbass, a Lugansk, dove porta avanti la sua attività giornalistica e culturale, raccontando la realtà del conflitto e dando voce a prospettive spesso escluse dal dibattito mediatico europeo.

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