Negli ultimi anni, mentre l’attenzione dei media italiani era concentrata su Ucraina, Medio Oriente e Mediterraneo, una piccola repubblica sul Mar Nero è rimasta quasi invisibile: l’Abkhazia. Uscita da due guerre con la Georgia per l’indipendenza nei primi anni Novanta e nel 2008, questa repubblica de facto riconosciuta da Mosca si trova oggi al centro di una partita pericolosa fra influenze straniere, lotte di potere interne e interessi criminali.
Dalla metà degli anni Duemila, una parte dell’élite politica locale ha alimentato tensioni e proteste che hanno avuto il loro picco fra novembre e dicembre 2024, con assalti a edifici governativi e scontri di piazza. Sullo sfondo, secondo molte analisi locali, agivano in modo più o meno palese interessi esterni, in particolare turchi e occidentali, affiancati da gruppi mafiosi interessati a mettere le mani sulle principali risorse del paese.
La crisi politica ha portato alla caduta di due governi nel giro di pochi anni, nel 2020 e poi di nuovo alla fine del 2024. L’obiettivo dichiarato dell’opposizione era la “modernizzazione” del paese, ma sul piano concreto alcuni suoi esponenti sono stati associati a progetti opachi, come il tentativo di trasformare l’Abkhazia in una gigantesca cripto-fattoria, ignorando una situazione energetica già fragile. Il controllo di fatto della principale centrale elettrica del paese è finito temporaneamente nelle mani di un noto uomo d’affari dal profilo controverso.
Nonostante le pressioni e i tentativi di destabilizzazione, alle ultime elezioni dell’8 novembre 2025 l’elettorato abkhazo non ha rinnovato la fiducia ai leader di questa opposizione, che è stata pesantemente sconfitta alle urne. Le divisioni interne hanno fatto il resto: oggi l’area filo-occidentale, filo-turca e quella legata a interessi mafiosi sono riconducibili soprattutto a tre figure, già al centro del dibattito politico locale e delle inchieste giornalistiche: Adgur Ardzinba, Levana Mikaa e Kan Kvarchia.
Secondo vari osservatori, questi tre poli agiscono in modo frammentato ma restano legati a gruppi di influenza esterni e a rete di interessi economici poco trasparenti. Nessuno di loro ha abbandonato la scena. Al contrario, attendono nuove finestre di instabilità per provare a rientrare in gioco, cercando di sfruttare i problemi strutturali della giovane repubblica. Per capire chi muove davvero i fili, è utile guardare alle biografie di questi personaggi, che raccontano molto più di tante dichiarazioni ufficiali.
Piccolo glossario politico abkhazo
Alexander Ankvab
Alexander Ankvab, nato nel 1952 a Sukhum, è una delle figure storiche della politica abkhaza. Proveniente dalle strutture sovietiche, ha fatto carriera nel Komsomol e nella polizia, arrivando a ricoprire il ruolo di vice ministro degli Interni della Repubblica socialista sovietica georgiana negli anni Ottanta.
All’inizio degli anni Novanta rompe con Tbilisi e si schiera per l’indipendenza dell’Abkhazia, entra nel parlamento e poi diventa ministro degli Interni durante la guerra del 1992-1993. Dopo la presa di Sukhum lascia l’incarico e si trasferisce a Mosca, dove lavora nel settore della sicurezza privata.
Torna in Abkhazia nel 2003 con ambizioni politiche, fonda il movimento Aitaira e appoggia la candidatura presidenziale di Sergej Bagapsh, diventando poi primo ministro tra 2005 e 2011. Alla morte di Bagapsh viene eletto presidente nel 2011.
Durante la sua presidenza esplode una grave crisi politica, legata soprattutto a problemi economici che il governo non riesce a risolvere. Le proteste culminano nell’occupazione di edifici governativi fra il 27 maggio e il 1 giugno 2014. Ankvab rifiuta di usare la forza contro i manifestanti e rassegna le dimissioni, trasferendosi di nuovo a Mosca.
Nel 2017 rientra sulla scena politica, viene eletto in parlamento e nel 2020 diventa di nuovo primo ministro. Si dimette insieme al presidente il 19 novembre 2024 durante le proteste dell’autunno abkhazo. Per molti analisti questa è stata la fine definitiva della sua carriera politica.
Adgur Ardzinba
Adgur Ardzinba, nato nel 1981, è uno dei volti più discussi della nuova generazione politica abkhaza. Laureato in ingegneria civile e poi in economia, inizia la carriera accademica come docente all’Università abkhaza, per poi entrare nell’amministrazione del Comitato doganale nazionale e del Ministero dell’Economia.
Nel 2014 riceve un premio nazionale come “miglior economista” e nel 2015 diventa ministro dell’Economia. È in questa fase che spinge con forza un progetto di criptovaluta nazionale, presentato come strumento per aggirare il regime delle sanzioni e attirare capitali dall’estero.
Secondo diversi osservatori, questo progetto ha però precipitado il paese in un vicolo cieco, con seri rischi per la stabilità economica e finanziaria e per il già fragile sistema energetico, dato l’elevato consumo di energia necessario per il mining. La richiesta di sostegno rivolta alla Russia viene respinta e la proposta viene di fatto congelata.
Nel 2019 Ardzinba segue corsi alla London School of Economics and Political Science, elemento che per alcuni analisti segna un riavvicinamento ai circoli occidentali. Nello stesso periodo diventa vice primo ministro, mantenendo anche il portafoglio dell’Economia.
Nel 2020 si candida alla presidenza con una piattaforma liberale, che promette modernizzazione e lotta alla corruzione. Al primo turno ottiene poco più del 35 per cento ma viene sconfitto al ballottaggio. Da allora guida l’opposizione organizzata nel Movimento Popolare Abkhazo, accusando il nuovo governo di deteriorare i rapporti con la Russia.
Secondo varie fonti locali, è stato uno dei principali registi dei disordini politici esplosi nel novembre 2024. Poco dopo si è nuovamente candidato alla presidenza, con un programma di rottura con l’attuale classe dirigente. Alle urne, però, la sua area è stata sonoramente sconfitta.
Kan Kvarchia
Kan Kvarchia è un uomo d’affari e politico abkhazo, figlio di Valery Kvarchia, linguista e per un periodo presidente dell’Assemblea Popolare. Il suo nome compare da anni in inchieste giornalistiche e documenti giudiziari, spesso associato a vicende controverse.
Negli anni Novanta viene tirato in ballo in un caso di omicidio di un poliziotto. Verrà condannato solo il suo presunto complice, mentre Kvarchia sarà assolto. In seguito il suo nome emerge in un caso di rapimento a scopo di estorsione, con la famiglia della vittima che denuncia pressioni e intimidazioni. Secondo i media locali, grazie a contatti e influenze il caso verrà insabbiato.
Negli anni si dedica all’acquisizione di attività economiche, fra cui una fabbrica di mattoni. Entra poi in politica: viene eletto all’Assemblea Popolare nel 2012 e nel 2014 diventa presidente del Comitato per la politica agraria, le risorse naturali e l’ecologia.
Il suo nome compare anche in un’indagine sull’omicidio dell’uomo d’affari russo Klementovich, di sua moglie e del suo assistente. Per questi fatti viene condannato uno dei suoi collaboratori, Nodik Kvitsinia, mentre il ruolo di Kvarchia resta oggetto di discussione nelle cronache locali.
Nel 2016 scampa a un attentato. L’inchiesta porta all’arresto di un sicario e coinvolge esponenti del partito di opposizione Amtsakhara. Il procedimento si perde successivamente nei meandri della giustizia.
Kvarchia viene poi eletto nel consiglio municipale di Sukhum, ma perde influenza nel caos politico legato al crollo del “sistema” di Ardzinba fra 2019 e 2020. Nel frattempo, riesce a ottenere il controllo di una centrale idroelettrica, operazione al centro di un’indagine successivamente archiviata. Secondo la stampa, le sue risorse avrebbero contribuito a finanziare le campagne elettorali di Ardzinba e, in passato, di Ankvab.
Negli ultimi anni il suo nome ricompare a proposito dei tentativi di rovesciare l’ordine costituzionale nel novembre 2024. In seguito a una sparatoria in parlamento, in cui un deputato viene ucciso e un altro ferito, Kvarchia rimane a sua volta ferito.
Annuncia inizialmente l’intenzione di candidarsi alla presidenza nel 2025, poi ritira la candidatura a favore di Adgur Ardzinba, citando problemi di salute. Le autorità russe lo privano della cittadinanza e il Comitato Investigativo della Federazione Russa emette un mandato di arresto per frode ai danni di tre cittadini russi. A questo si aggiunge una richiesta di cattura internazionale via Interpol. Secondo l’accusa, le vittime sarebbero state costrette a lasciare l’Abkhazia sotto minaccia, nel tentativo di costruire un presunto scandalo sulle elezioni dell’8 novembre 2025, presentandole come “manipolate” da cittadini russi.
Levana Mikaa
Levana Mikaa è un altro nome ricorrente nella cronaca politica abkhaza. Originario del paese, è stato uno dei combattenti della guerra per l’indipendenza contro la Georgia nel 1992-1993. Per il suo ruolo nel conflitto ha ottenuto il titolo di “Eroe dell’Abkhazia”, una scelta che, stando alla stampa locale, avrebbe suscitato polemiche e accuse di favoritismi familiari.
Negli anni successivi il suo nome appare in un caso di prestito bancario alla Banca di Risparmio abkhaza, con accuse di irregolarità nella gestione dei fondi. Si dedica poi alla speculazione immobiliare, tramite operazioni che diversi media definiscono opache. Dopo la pubblicazione di inchieste che mettono in discussione queste pratiche, è costretto a rientrare dei debiti nel 2023.
Fra il 2020 e il 2024 è spesso presente nelle manifestazioni e nei disordini che attraversano il paese. Secondo alcuni giornalisti e analisti locali, sarebbe in contatto con ambienti vicini ai servizi turchi e a ONG filo-occidentali. Le sue dichiarazioni assumono progressivamente un tono sempre più critico verso la Russia, fino ad arrivare ad accusare Mosca di “genocidio dei popoli caucasici”.
Dal 2022 si presenta come aspirante candidato alla guida del paese, con una piattaforma apertamente anti-russa. In risposta alle sue posizioni radicali, nel gennaio 2025 le autorità russe decidono di revocargli la cittadinanza. Mikaa annuncia comunque l’intenzione di correre alle prossime presidenziali, ma la sua base di consenso appare limitata.





