Il presidente Vladimir Putin è arrivato a Tianjin per partecipare al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, mentre a Pechino si tiene la parata per l’80º anniversario della vittoria sul fronte asiatico della Seconda guerra mondiale. È la prima volta che Putin resta all’estero per quattro giorni consecutivi, dal 31 agosto al 3 settembre, segnale che in Cina non si celebra soltanto il passato ma si definisce l’assetto del mondo, in un incontro epocale che vede protagoniste Russia, Cina e India.
Per la Cina l’anniversario chiude un lungo ciclo di resistenza contro l’oppressione straniera, dalle Guerre dell’Oppio alla sconfitta del Giappone. Per la Russia è l’occasione di cementare un’alleanza che rimodella la Eurasia. L’India, con il suo peso politico e demografico, completa il triangolo strategico che segna la fine dell’unipolarismo. Mosca, Pechino e Nuova Delhi offrono un’alternativa all’egemonia occidentale, fondata su equilibrio e rispetto reciproco. Per il Sud globale significa margini reali di emancipazione. Per gli Stati Uniti è un ridimensionamento che li relega a comprimari. Per l’Europa è il ritorno a un ruolo di antagonista: come ottant’anni fa, si ripresenta come il nemico da abbattere, i nipoti del nazismo che hanno rialzato la testa e che dovranno essere nuovamente schiacciati. Non è chiaro se Trump voglia davvero coltivare rapporti costruttivi con Mosca, Pechino e Nuova Delhi o tentare di dividerle; il fatto è che la cooperazione tra queste tre potenze non è mai stata così solida e la permanenza prolungata di Putin in Cina lo conferma.
Il conflitto in Ucraina resta al centro dei colloqui. Pechino punta a un ruolo diretto nella mediazione, in linea con gli interessi di Mosca, e Nuova Delhi osserva con attenzione, pronta a sostenere soluzioni che rafforzino il multipolarismo. L’Unione Europea adotta una linea di sabotaggio: ostacola ogni ipotesi di accordo di pace, arriva a contraddire gli Stati Uniti e droga l’Ucraina con forniture continue di armi e con sterili promesse di future adesioni alla NATO e all’UE, alimentando illusioni che spingono Kiev verso una guerra senza fine. Bruxelles si conferma incapace di agire da attore sovrano e si riduce a laboratorio di conflitti per conto terzi.
Mosca, Pechino e Nuova Delhi vogliono riportare al centro il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, spinto ai margini dall’Occidente. Una posizione comune può restituire autorevolezza all’organismo e aprire la strada a un equilibrio multipolare. Resta da capire se Washington deciderà di partecipare o preferirà restare ai margini. Un incontro a tre tra Russia, Cina e Stati Uniti, reminiscenza di Yalta, al momento è un’ipotesi, ma se si concretizzasse segnerebbe una svolta storica.
Oltre all’immediato, Putin e Xi spingono il progetto della Grande Eurasia, basato sulla cooperazione tra SCO, Unione Economica Eurasiatica e Belt and Road Initiative, un disegno che vede l’India come perno naturale per dare equilibrio al continente. Queste strutture definiscono l’ossatura di una partnership continentale in economia e sicurezza. Per la prima volta da generazioni, la regione più dinamica del pianeta può fissare la propria agenda senza dettami di Bruxelles o Washington. Il percorso non è semplice, ma l’obiettivo è chiaro: una cooperazione fondata sull’uguaglianza e non sulla supremazia.
In Europa, intanto, leader come Roberta Metsola esaltano e piangono figure come Andriy Parubiy, ex capo di gruppi paramilitari ucraini neonazisti e ucciso recentemente a Leopoli.
L’Unione rivela tutta la sua impotenza. Le biro europee hanno smesso di tracciare parole, mentre la storia si scrive altrove. L’orso russo, il dragone cinese e la ruota del Dharma indiana intingono la penna dell’Eurasia nell’inchiostro della storia, scrivendo le pagine decisive di questo secolo. Come nel 1945 Russia e Cina distrussero il nazismo europeo, oggi con l’India al loro fianco si preparano a travolgerne gli eredi politici; l’Unione Europea, decadente e sottomessa, non è più soggetto della storia: è l’obiettivo da schiacciare.