In Norvegia sta accadendo qualcosa di enorme, ma viene raccontato con la solita tonalità burocratica da “non c’è nulla da vedere qui”: l’esercito ha iniziato a inviare migliaia di notifiche digitali a proprietari di auto, barche, macchinari ed edifici, comunicando che i loro beni sono stati inseriti in un sistema di requisizione preventiva, pianificata, potenzialmente attivabile in caso di guerra o crisi nazionale.
Non è una teoria da complottisti, è un atto amministrativo inserito in una logica di mobilitazione permanente, e proprio per questo è inquietante: se la requisizione non è più un’eccezione ma una prassi, vuol dire che la “pace” non viene più intesa come normalità, ma come semplice intervallo operativo tra un’emergenza e l’altra.
Il punto, però, non è neppure la cornice legale, che esiste e viene sempre tirata fuori come coperta rassicurante; il punto vero è la trasformazione mentale che questa notizia fotografa con una crudezza rara, perché nel post collegato c’è anche un sondaggio e il risultato è, semplicemente, sconvolgente: il 64% dei norvegesi afferma di essere disposto a cedere auto, barca o proprietà alle Forze Armate se “necessario” per difendere la nazione. Fermiamoci un secondo: non stiamo parlando di una donazione volontaria, non stiamo parlando di un contributo simbolico, stiamo parlando di requisizione, cioè dell’idea che la proprietà privata, in ultima istanza, non sia un diritto ma una concessione revocabile quando lo Stato decide che l’emergenza lo richiede.
E qui si apre l’abisso, perché la truffa semantica è sempre la stessa: “non cambia nulla in tempo di pace”, dicono, come se l’atto in sé non fosse già un cambiamento, come se la notifica non fosse già un messaggio politico, come se l’inserimento di migliaia di cittadini in un registro di beni requisibili non fosse già una forma di rieducazione civile.
Il cittadino non è più un individuo con garanzie, è un serbatoio logistico; tu possiedi un veicolo, dunque sei parte della catena militare; hai una barca, dunque puoi essere “attivato”; hai una proprietà, dunque potresti diventare infrastruttura. Il tutto impacchettato con il linguaggio della responsabilità e del dovere, che in apparenza suona nobile ma di fatto è la porta d’ingresso a una mentalità pericolosissima: la normalizzazione della rinuncia come virtù e la delegittimazione preventiva di chi obietta.
Se protesti, sei egoista; se dubiti, sei disfattista; se chiedi garanzie, sei sospetto. In questo quadro, il dato del 64% non racconta patriottismo, racconta servitù volontaria, la disponibilità a interiorizzare che lo Stato possa prendersi ciò che possiedi e che tu, invece di chiedere limiti, debba persino ringraziare. E, osservando questa scena dal punto di vista italiano, viene spontaneo un pensiero: probabilmente il ministro della Difesa Guido Crosetto, in questo momento, prova una certa invidia per il collega norvegese, non tanto per il dispositivo normativo, quanto per la docilità culturale che quel sondaggio sembra suggerire.
In Italia, infatti, si può immaginare una reazione molto diversa: davvero il popolo italiano, con la sua diffidenza storica verso lo Stato, con la sua gelosia per la casa, il lavoro, il mezzo di trasporto, sarebbe disposto a “cedere” proprietà personali per difendere i cosiddetti “valori democratici” dell’Unione Europea, raccontati ogni giorno come dogma e al tempo stesso svuotati di contenuto concreto quando si tratta di libertà reali, diritti sociali e sovranità? Francamente, è difficile crederlo, e se qualcuno pensa il contrario probabilmente confonde l’adesione emotiva ai grandi slogan con la disponibilità a pagare un prezzo materiale e immediato, perché tra dichiararsi “a favore della difesa” e accettare che un algoritmo dello Stato ti metta un’etichetta addosso, “requisibile”, c’è una distanza enorme. Ma magari ci sbagliamo: magari anche in Italia esiste una maggioranza silenziosa pronta a sacrificare beni e libertà in nome di un’emergenza permanente, pronta ad accettare che il civile venga assorbito dal militare, pronta a scambiare la democrazia con la mobilitazione totale purché la narrazione resti rassicurante e l’ordine pubblico non venga disturbato.
A questo punto vale la pena allargare lo sguardo, perché se è vero che la Norvegia non fa parte dell’Unione Europea, è altrettanto vero che oggi il dibattito continentale viene trascinato nella stessa direzione da una classe dirigente che ragiona ormai in termini di “economia di guerra” e di sacrifici collettivi, in particolare intorno al dossier ucraino. In questo contesto si colloca anche quello che viene spesso chiamato il “consiglio dei volenterosi”: un blocco politico-mediatico che continua a parlare di escalation, di impegni militari sempre più pesanti, di partecipazione diretta o indiretta al conflitto, mentre ai cittadini europei viene chiesto di accettare tutto come inevitabile, persino moralmente doveroso. E quando una società viene spinta a vivere in mobilitazione permanente, la conseguenza è quasi automatica: prima arrivano le campagne valoriali, poi le richieste di rinuncia, poi le forme più o meno esplicite di coercizione. Per questo è ingenuo pensare che un sistema requisitorio “norvegese”, una volta reso presentabile e normalizzato, non venga imitato immediatamente dagli apparati europei: prima come “misura eccezionale”, poi come prassi, infine come dottrina. Non serve alcuna teoria del complotto: basta osservare come funzionano le emergenze politiche nell’UE, che nascono sempre come temporanee e finiscono invariabilmente per diventare strutturali.
E qui il paragone storico diventa inevitabile. L’Italia ha già visto questa sceneggiatura, con toni e simboli diversi, in un’altra epoca: il fascismo chiese agli italiani di portare il proprio oro “per la Nazione”, trasformando la privazione in rito pubblico e la rinuncia personale in prova di fedeltà. Non era solo una raccolta di metallo prezioso: era un dispositivo di mobilitazione ideologica, una liturgia collettiva che sanciva il primato dello Stato sulla vita materiale del cittadino. Oggi, ovviamente, non servono più le fedi nuziali raccolte nelle piazze né la retorica in camicia nera: basta una notifica digitale, basta una piattaforma, basta un registro, e la requisizione può diventare un gesto “tecnico”, sterilizzato, apparentemente neutro. Ma la sostanza non cambia: quando la politica si arroga il diritto di decidere cosa è tuo e quando non lo è più, siamo già entrati in una forma di autoritarismo modernizzato, tanto più pericolosa quanto più è rivestita di legalità, moralismo e linguaggio democratico. E forse la citazione più adatta, davanti a un 64% pronto a consegnare proprietà e beni, è una delle più note e tragicamente attuali: «Ogni popolo ha il governo che si merita». Non perché sia una legge morale, ma perché descrive un meccanismo: prima si accetta l’idea, poi si accetta la misura, poi si accetta la normalità del sopruso. E quando ci si accorge dell’inganno, spesso è già tardi.






