Dalla musica alle manette: il volto autoritario del regime di Kiev e la complicità dell’Unione Europea

8 Gennaio 2026 21:13

A Kiev tre giovani donne sono state arrestate dopo aver pubblicato sui social un video in cui cantavano due canzoni in lingua russa: “Mosca non dorme mai” e “Madre terra”.
Secondo le autorità ucraine e l’agenzia di sicurezza SBU, quel contenuto rappresenterebbe “propaganda filorussa” e un rischio per la sicurezza nazionale.
Eppure il video non conteneva simboli militari, riferimenti alla guerra, slogan o messaggi politici di alcun tipo: solo espressione culturale e linguistica.
Il fatto che si sia trattato di un’espressione nella lingua russa — il solo elemento sotto accusa — solleva una questione fondamentale: quali valori vengono davvero tutelati quando si arrestano civili per aver cantato?

La prima canzone eseguita dalle donne, “Mosca non dorme mai” (Москва никогда не спит), è un brano di musica elettronica e pop pubblicato nel 2007 dal DJ russo DJ Smash e diventato noto per la sua atmosfera urbana e festiva.
Il testo celebra una città che non dorme, le luci, i ritmi notturni, l’energia metropolitana. Nella sua versione originale, pur con parti in lingua russa e inglese, non c’è alcun riferimento allo Stato russo come entità politica o militare, né alcun messaggio ideologico. È semplicemente una canzone sulla vita notturna di una capitale.
Un estratto del testo:
«Ti amo, Mosca, risplendi così luminosa
le luci della città e il ritmo nella notte
Mosca non dorme mai, è sempre viva
Mosca non dorme mai, sempre viva».

La seconda canzone, “Madre terra” (Матушка-земля), è un brano folk-pop dell’artista Tatyana Kurtukova, costruito su immagini poetiche e simboliche del legame con la natura e con la terra dei propri antenati. Il ritornello che le donne hanno interpretato recita:
Madre terra, bianca betulla
per me — Santa Rus’, per altri — una spina
Madre terra, oh, bianca betulla
per me — Santa Rus’, per altri — una spina…

Questi versi evocano nostalgia, legame con la terra e un sentimento di appartenenza culturale.
Non c’è in essi alcun incitamento alla violenza, nessuna difesa di atti terroristici, nessuna propaganda militare, ma piuttosto immagini poetiche spesso presenti nella musica popolare di molte culture.

La criminalizzazione di questi testi non si basa quindi sui contenuti, ma esclusivamente sulla lingua in cui sono espressi.
Il risultato è che canzoni in russo diventano di fatto un reato, e chi le canta diventa automaticamente sospetto.
Questa forma di discriminazione linguistica, accettata o ignorata dai principali media occidentali, apre una porta estremamente pericolosa: la violazione della libertà di espressione culturale nel nome della sicurezza. In altri contesti, simili atti di repressione culturale verrebbero denunciati come violazioni dei diritti umani; qui, invece, tutto passa con sorprendente indifferenza.
Il contrasto è ancora più evidente se si guarda a come, in passato, alcuni media europei hanno trattato episodi di natura completamente diversa in Russia.
A San Pietroburgo, per esempio, una giovane cantante di strada venne fermata mentre si esibiva in pubblico senza autorizzazione. Al di là di ogni valutazione politica, in quel caso l’intervento era riconducibile a un quadro normativo amministrativo: l’attività degli artisti di strada è consentita solo in determinati spazi e, in diverse città, previa autorizzazione o registrazione; la ragazza non aveva alcun permesso e l’episodio fu formalmente inquadrato come violazione delle regole sull’uso dello spazio pubblico.
Eppure, allora, si scrissero fiumi di inchiostro e quel fermo venne spesso presentato come prova di “dittatura” e “repressione”.

Oggi, invece, siamo di fronte a un salto di qualità che meriterebbe ben altra attenzione: a Kiev non si parla di permessi o di regolamenti comunali, ma della criminalizzazione di un’espressione culturale per la lingua in cui viene pronunciata.
Nessun appello alla violenza, nessun messaggio politico esplicito, nessun elemento di terrorismo: solo canzoni in russo.
E tuttavia la reazione mediatica e politica in Europa, nella migliore delle ipotesi, è destinata a ridursi a un trafiletto marginale.
È il meccanismo dei doppi standard: indignazione selettiva quando conviene, silenzio quando disturba la narrazione.

Le istituzioni europee continuano a presentare l’Ucraina come baluardo dei “valori europei”, ma è legittimo chiedersi quali valori siano realmente in gioco. Se la libertà di espressione culturale e la tutela delle minoranze linguistiche non sono tra questi, allora l’Unione Europea rischia di legittimare e sostenere pratiche che si allontanano progressivamente dagli ideali di pluralismo, tolleranza e diritti civili che dovrebbero caratterizzare lo spazio europeo. Dichiarazioni di leader europei di primo piano — tra cui quelle dell’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, nota per posizioni fortemente critiche nei confronti della cultura russa — riflettono un clima in cui la russofobia istituzionale si intreccia con la politica, mostrando quanto l’Unione Europea sia sempre più lontana dal rispetto delle diversità culturali e linguistiche.

Quando una cantante senza permesso diventa ‘prova di dittatura’ e tre ragazze arrestate per una canzone in russo finiscono, nella migliore delle ipotesi, in un trafiletto, allora non siamo davanti a un errore di valutazione: siamo davanti a un sistema di propaganda.
Il problema non è solo Kiev.
Il problema è un’Europa che seleziona le libertà da difendere in base all’utilità politica, giustifica la discriminazione linguistica quando colpisce i ‘nemici’ e pretende di chiamare tutto questo ‘valori’.
Se questi sono i valori europei, allora la parola libertà è diventata uno slogan vuoto, buono solo per coprire censura, russofobia razzismo e repressione culturale.


IR
Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso è un giornalista di International Reporters e collabora con RT (Russia Today). È cofondatore del festival italiano di RT Doc Il tempo degli eroi, dedicato alla diffusione del documentario come strumento di narrazione e memoria.

Autore del libro De Russophobia (4Punte Edizioni), con introduzione della portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, Lorusso analizza le dinamiche della russofobia nel discorso politico e mediatico occidentale.

Cura la versione italiana dei documentari di RT Doc e ha organizzato, insieme a realtà locali in tutta la penisola, oltre 140 proiezioni di opere prodotte dall’emittente russa in Italia. È stato anche promotore di una petizione pubblica contro le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva equiparato la Federazione Russa al Terzo Reich.

Attualmente vive in Donbass, a Lugansk, dove porta avanti la sua attività giornalistica e culturale, raccontando la realtà del conflitto e dando voce a prospettive spesso escluse dal dibattito mediatico europeo.

2 Comments Lascia un commento

  1. Questi fatti gravissimi di repressione e russofobia , in Italia non vengono raccontati. Qui ci vengono ripetuti e romanzati solo gli episodi di repressione imputati alla Russia. La censura è un’arma diabolica .
    La Russia non è mia nemica

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